Nessuna vittoria ha mai contribuito alla crescita

"Il calabrone, secondo tutti i più importanti testi sul volo, ha un'apertura alare troppo piccola per permettergli di volare. Ma lui non lo sa, e continua a volare"
Sikorsky

giovedì 31 maggio 2007

Due immagini

Aggiungo solo per voi due nuove (più o meno) creazioni.
Vale sempre la solita filosofia.

Simply a shadow? ...
questa mi piace particolarmente, e pensare che è bastato giocare con il canale alpha. Considerando che è nata praticamente per caso...

E una seconda

Nature rules, again ...
Questa invece già mi piace un po' di meno, ma è comunque uno dei miei primi esperimenti di matte painting, quindi... abbiate pazienza

Sfogo sulla Qualità e note per un futuro artista

La discussione non verterà propriamente sulla Qualità fine a sè stessa, ma più precisamente sul livello raggiungibile. Una piccola definizione è comunque necessaria.
La Qualità è quell'elemento caratterizzante un prodotto o creazione che lo contraddistingue. Il suo contrario è la quantità e maggiore è la qualità, più difficilmente riproducibile e preziosa è la creazione, anche in relazione all'impegno che si è reso necessario a tale scopo.
Ma, come detto, la discussione è più sulla qualità come elemento raggiungibile.
Scopriamo le carte, è inutile continuare a nascondersi. Questo post ha un chiaro intento di accusa, quindi evitiamo di continuare con la trattazione filosofica e falsamente obiettiva.
L'intenzione è di accusare tutte quelle persone che vogliono mostrarsi come professionisti per il semplice motivo che hanno imparato ad usare un programma un pelo sopra le capacità medie delle persone.
Non prendetemi in giro. Solo perchè siete in grado di correggere gli occhi rossi con Picasa non significa che siate grandi fotografi. Questi individui sanno evitare gli occhi rossi nelle foto, senza dover andare a toglierli in post-produzione (sempre che sappiate che significa).
Non provate a fare i pro quando non avete nemmeno mai preso in considerazione l'idea di spendere più di una sera a studiare un manuale su di un programma davvero difficile da imparare.
Non cercate di mascherare le vostre carenze nascondendovi dietro una barca di termini inglesi con i quali state chiaramente dicendo "Io sono il grande Dio e tu non capisci niente": la verità è che avete una conoscenza assolutamente superficiale di tante cose, ma appena si tratta di fare qualcosa davvero per bene cadete come merde per lo scarico.
Non fingete di saper maneggiare attrezzature che a malapena sapete come accendere.

La cruda realtà del mondo della grafica è questa: richiede due cose estremamente preziose, ovvero tempo e soldi.
Non ci potete scappare e se non vi rendete conto che dovete sacrificare le vostre serate passate ad ubriacarvi, non riuscirete mai ad andare oltre alla semplice fotina ridicola, davanti alla quale forse i vostri amici canteranno le vostre lodi, ma un professionista si metterebbe a ridere.

Prendete nota infine di questo.
Dal momento in cui arriverete ad appassionarvi davvero al mondo della grafica e dintorni, dovrete affrontare la seconda difficoltà: le persone.
Apparirete strano, diverso e finirete con il non poter condividere la vostra passione se non con pochissimi eletti.
L'unica soddisfazione verrà dal poter vedere nascere il sorriso sul volto dei vostri più cari amici, quando regalerete loro qualcuno dei vostri lavori.

Beh, se continuo a studiare in questo campo, è solo per quei sorrisi.

I caduti

Veniamo allora cacciati dal mondo, accusati di essere pazzi, malati o strani. Pericolosi cani rabbiosi, che non devono avvicinarsi agli uomini veri, quelli che hanno capito.
E ci lasciano là, distesi, moribondi, come se un proiettile ci avesse passato da parte a parte senza danneggiare il cuore.
Ci rialzeremo.
Non medicheremo la nostra ferita e la lasceremo sgorgare tutto il sangue che abbiamo, lasciando che macchi copiosa i nostri abiti.
Torneremo allora in mezzo a quei bastardi, ai nostri aguzzini.
In mezzo a loro ci esibiremo, dall'alto della consapevolezza di chi ha visto troppe cose per non aver affrontato anche la paura, e scruteremo le loro città.
Le troveremo abbandonate, distrutte, invase dalla polvere. In mezzo all'erba bruciata dalla calura scorgeremo i loro cadaveri, custoditi da silenziosi demoni che chiedono perdono e invocano una secondo possibilità, squarciando il cielo con strazianti urla che supplicano una redenzione, un perdono. E allora, solo se vorremo noi, a qualcuno di quei demoni noi porgeremo la mano, offrendo loro quello che chiedono.

(I caduti ...)

Le maschere (quelle che alterano) 2 di 2

Questo post va considerato in relazione al suo precedente, ma viene redatto separatamente in quanto tratta di argomenti abbastanza differenti, pur nascendo dalla stessa base.
Qui parlo dei "personaggi".
Chi può essere definito come tale? Una descrizione fisica, in linea di massima, deve rispettare le seguenti caratteristiche:
- occhiali da soli (generalmente firmati) sempre agli occhi
- cuffie Apple che SEMPRE spuntano dalla tasca
- borsa a tracolla
- sigaretta alla bocca
- (non indispensabile, ma frequente) sciarpa o felpa usata in sostituzione
- faccia particolarmente svolgiata
- grande chiaccherone e allegrone.

Tutto ciò ha un preciso scopo: quello di definire un elemento in grado di distinguersi, facilmente riconoscibile anche da lontano, qualcuno che una volta visto, anche in mezzo alla folla, è riconoscibile. Per chi conoscesse la definizione, un dandy dei nostri tempi.
Qualcuno che è assolutamente inquadrato in quell'enorme fagocitatore che è la società e in qualche modo, avendone compreso, anche se solo superficialmente, il funzionamento è in grado di sfruttare le regole nate per omologare al fine di distinguersi.
E' ovviamente una distinzione debole, in quanto è il distinto di un gruppo di omologati.

Ma provando a conoscere un po' meglio individui del genere (che non sono così rari, ve lo posso assicurare), si scoprono cose estremamente interessanti. Quella che più mi colpisce tutte le volte è il fondo di inadeguatezza che queste persone, nell'intimo, provano.
Se presi lontani dai loro gruppi, questi personaggi non sono generalmente stupidi, anzi, dimostrano di essersi, in qualche modo, interrogati sulla propria esistenza, sul proprio mondo ed aver provato in qualche modo a rispondersi.
Si sono molto avvicinati alla definizione di società che io stesso ho dato, ma non hanno compiuto ancora tutte le loro analisi. Percepiscono l'ipocrisia della società e le ristrettezze che questa impone, ma non sono ancora in grado di rifiutarle, in quanto ancora non le percepiscono come qualcosa di scomodo: semplicemente non le percepiscono.
Da che cosa si nota che sono ancora attaccati alla loro società? Dal fatto che non riescono a staccarsi dalle loro abitudini (compagnie, bevute, "frivolezze [?]"). Ciò nonostante, in momenti che potremmo definire epifanici, si rendono conto che sono abitudini sterili, inutili e che non portano assolutamente a nulla, se non ad un divertimento che non sentono propriamente come loro, ma del quale si convincono di non poter fare a meno.

Quella del personaggio è quindi una maschera alterante, ovvero costringe il suo possessore ad accettare e compiere azioni che non sempre sarebbe disposto a sopportare o compiere egli stesso. Ma essendo una maschera costringente, qualcosa che forza la natura intima, non sta molto comoda sul volto. Del reste, dal primo momento in cui questa ha cominciato a staccarsi, per quanto nastro adesivo e colla si arriverà ad usare, prima o poi ritornerà a staccarsi.
Riprendendo la filosofia pirandelliana, una volta che si vede il flusso vitale non è più possibile tornare indietro.
Quando ci si rende conto che qualcosa ha una mancanza, una pecca, si possono fare tutti gli sforzi immaginabili per provare ad accettarla, ma ci si ricoderà sempre che una pecca esiste.

A quanto ho visto io questi personaggi non evolvono troppo dal loro stato: conviveranno sempre con i loro momenti di inadeguatezza, senza mai arrivare a proporsi di risolverli.

Le maschere (quelle che nascondono) 1di 2

Forse tutti, almeno una volta nella propria vita, hanno desiderato potersi presentare al mondo non per quello che sono, ma per quello che vogliono essere. La soluzione a questo desiderio è comunemente chiamata "maschera", ovvero la possibilità di far apparire una realtà come trasformata rispetto la sua originalità.
In fondo è proprio quello che sto facendo io scrivendo questi post: sto cercando di mostrarmi come vorrei essere.
Ma per quale motivo nasce questo desiderio? Per due motivi, generalmente: o perchè non si è in grado di essere l'oggetto desiderato, o perchè non si ha la possibilità di mostrarsi come si è.
Prenderò in esame la seconda risposta, ovvero quella legata ad un impedimento estreno.
In questo caso, la maschera non altera propriamente la realtà, ma si limita a nasconderne una parte (invece che alterarla). Perchè tutta questa segretezza? Per un motivo (sul quale si è già parlato in "Sul fondo del Baratro - Poesia") che fa di nome società.
Tale "struttura" non è proprio quella di cui parlano personaggi come Marx o ancora prima Locke, ma risulta essere un insieme di persone che ubbidisce ad una serie di "ordinanze" alle quali ognuno dei componenti del gruppo si sottomette, consciamente o meno.
Le ordinanze si costituiscono per permettere a tutti i componenti del gruppo, senza eccezzioni, un'esistenza il più possibile tranquilla, che eviti a tutti di doversi preoccupare, anche all'interno di tale gruppo, di eventuali carenze, mancanze o, forse peggio ancora, meriti e capacità particolare, che causerebbero un allontanamento dal gruppo.

Ma sfortunatamente per il genere umano, gli uomini non sono tutti uguali ed ognuno è caratterizzato sia a livello fisico che intellettuale da forti distinzioni dai suoi simili. Risulterebbe quindi impossibile entrare a fare parte di una società, all'attuale stato delle cose. Com'è possibile che tale società si costituisca?
Semplicemente rinunciando volontariamente al mostrare le proprie differenze. Ecco che le maschere, che i singoli stessi scelgono di portare, cominciano a coprire le differenze, portando a creare individui tutti sempre più simili, fino al raggiungimento di una forta coesione di gruppo.
Ma a lungo andare la maschera si accomoda a tal punto da far sentire il suo proprietario più a disagio nel momento in cui questa non copre il volto. E le maschere finiscono con il sostituire il volto del loro proprietario, il quale arriverà a dimenticarsi di aver, un tempo, scelto di indossare una maschera e, allo specchio, riconoscerà nell'immagine riflessa il proprio volto.

Esistono tuttavia individui che si creano più di una maschera e prendono l'abitudine di cambiarla con una certa frequenza, giusto per non dimenticare qual è il loro volto originario e, soprattutto, quanto dannose possano arrivare ad essere le regole della società.
Ecco che le maschere diventano quindi un gioco, la possibilità di prendere in giro il mondo e tenersi abbastanza vicini a quello che è il proprio vero volto.

Ma allora, perchè non rinunciare completamente alle maschere? Perchè non evitarle e tenersi il proprio volto? A questa domanda aveva provato a rispondere Nietzsche, e in maniera abbastanza simile anche Pirandello, entrambi partendo da un presupposto: il vero volto dell'uomo non ha forma (non credo usassero queste parole, ma il concetto è abbastanza simile), poichè è il contemporaneo presentarsi degli opposti, l'odio e l'amore verso la medesima persona, il dolore e il piacere che vengono dallo stesso atto. Questa assoluta mancanza di forma è però estremamente pericolosa per due motivi. Porta innanzitutto all'instabilità del soggetto, il quale si ritrova perennemente combattutto tra opposti ed è costretto a portare tutto verso l'eccesso (nel tentativo di toccare almeno uno dei duo opposti) e, in secondo luogo, porta alla solitudine.
Ovviamente, in quanto l'instabilità è la più grande paure per la società, la quale non può accettare qualcosa di diverso, figuarsi qualcosa che continuamente cambia e che ogni volta deve essere esaminato per poter essere definito pericoloso o accettabile.

Posso assicurare che, personalmente, non credo di aver mai veramente raggiunto un qualche estremo, ma personalmente sono sicuro di essermi creato più di una maschera, e confermo che le tengo tutte quante spolverate.
Questo è quello che invito a fare chiunque abbia avuto la pazienza di leggere fino a qui questo post che, a dire il vero, dovrà essere ripreso ed approfondito.

"E quando in certe anime particolarmente intelligenti e delicatamente organizzate balena l'intuizione della loro molteplicità, quando, come fa ogni genio, esse infrangono l'illusione dell'unità personale e sentono di essere pluriformi, di essere un fascio di molti io, basta che lo dicano e tosto la maggioranza le imprigiona, ricorre alla scienza, fa constatare la loro schizofrenia e protegge l'umanità perchè non debba ascoltare dalle labbra di questi infelici un richiamo alla verità" Herman Hesse - Il lupo della steppa

Sul fondo del Baratro

Ricaduto senza paura o timore, ma accompagnato da una nostalgica rassegnazione.
Dall'arido suolo alzo gli occhi e li volgo in alto, cercando di sottrarli alla morsa delle fitte tenebre che, costantemente, cercano di chudermeli.
Cerco i rimbalzi di qualche luce che ricordo venire dalle stelle nel cielo.
E così, ansioso, ricomincio a salire, perchè non è lì che voglio stare e mi aggrappo alle scintille che solo rare e uniche emozioni possono creare: le scintille di un sorriso, di un abbraccio... di un bacio.
Ricomincio a salire, perchè sono le stelle che voglio vedere, che voglio tornare a vedere, consapevole, questa volta, di quanto in alto stiano, e ansioso di capire se mai qualche angelo potrà a loro guidarmi.
Ricomincio a salire, mi fermo e mi volto. Lo sguardo al fondo.
Il buio del Baratro non ha paura. Tranquillo, forse malinconico ed ormai rassegnato al mio ostinato comportamento, mi osserva andar via, consapevole che ripiomberò presto tra le sue fredde mani, ma forse speranzoso che, questa volta, possa sfuggirgli ed andarmene senza avergli detto addio, ma sussurrando per abitudine un poco convinto arrivederci.
Non mi fermo più. Non voglio fermarmi. Prima o poi scorgerò, nel buio, il movimento di una farfalla. E io, dall'alto del mio appiglio cercherò di toccarla per stringerla, consapevole che dovrei guidare entrambe la mani al vuoto.
Lo farò, perchè sebbene, solo per un attimo, un misero istante, durante il quale sapevo che nessuno sarebbe stato a sorreggermi, io avrò volato.
E poi la caduta, lo schianto, il sangue... non la morte. No, quella sarebbe arrendersi, e il Baratro, che mi vorrebbe amico, sa e teme che io possa stufarmi di fuggire ma non di non volergli appartenere.
Non ha da temere, il mio vecchio nemico. Sappia che non smetterò, e se avessi avuto ali per volare via, le avrei stracciate io stesso. Perchè?
Perchè non si può volare alle stelle e capirne al contempo la meraviglia, no...
Bisogna prima aver toccato il fondo del baratro, averne saggiato la tetra freddezza. Solo allora si avrà compreso e solo allora, chiunque rinuncerà alle ali.
Perchè per ogni caduta, ogni schianto, ogni goccia di sangue, c'è stata, prima, una scintilla.
(Sul fondo del Baratro ...)
-

Una bella poesia, o almeno è ciò che pensio io a riguardo di questa composizione, scritta abbastanza tempo fa, in un momento adesso abbastanza lontano, ma non per questo dimenticato.
Il messaggio che vorrebbe passare è abbastanza complesso. Consta di due punti, sostanzialmente.
Il primo è un concetto piuttosto hegeliano, ovvero la conoscenza procede in modo dialettico fondandosi su tre elementi: la tesi, l'antitesi e la sintesi.
Il secondo messaggio riguarda quello che nella poesia è il Baratro: nel mio caso rappresenta la società (non la degnerò di una maiuscola), intesa come quella "struttura" che cerca di mangiare gli uomini nella loro individualità con il fine di renderli qualcosa di assolutamente omogeneo.
La società, in buona sostanza, cerca di mangiarsi le differenze, trasformando tutti nel modello di uomo che i costituenti della medesima si propongono e trasformando in pazzie e psicosi le differenze di coloro che non cedono al processo di omologazione.

La nuova poetica

Istruttore: "Signor X, secondo lei, con questa metafora, il poeta che cosa voleva comunicare?"
Istruito: "Secondo me il poeta volevo comunicare la propria gioia di vivere, come possiamo notare dal riferimento alle rondini, al sole e ai fiori"
Istruttore: "E invece si sbaglia, signor X, in quanto, come anche lei può notare, il poeta fa riferimento alle nuvole, concentrando su queste la sua attenzione per sottolineare il suo odio per l'esistenza"
Istruito: "E' vero, ma le nuvole sono menzionate in relazione al fatto che se ne stanno andando, lasciando che la luce raggiunga i fiori e gli altri elementi prima elencati"
Istruttore: "Ma signor X, vede per caso scritto da qualche parte questo? Vorrei proprio capire cosa le fa pensare tutto questo. Inoltre, se lei fosse uno studente impegnato, avrebbe letto le note e il commento, e avrebbe anche capito come questa poesia va letta".

Sembra una normale interrogazione, condotta tra un professore e uno studente. Tutti hanno vissuto l'esperienza di un "no" pronunciato da un professore, nel momento in cui si viene interrogati su di un quesito che ci costringe a proporre la propria opinione (anche come salvezza, in quanto non si sa la "Risposta").
Eppure, nel momento in cui si propone un'interpretazione, si viene bruscamente "bloccati" con un osservazione del tipo: NO, NON E' COSI'! Il poeta non voleva dire questo.
Ma scusatemi l'osservazione: se il poeta è morto o comunque non ha scritto niente per dire cosa volevo che la poesia fosse, chi è che è riuscito a comprendere così alla perfezione il suo pensiero?
Nessuno ha la capacità di comprendere appieno l'idea che lo stesso poeta aveva sviluppato al momento di realizzare il suo componimento, e non è un'opinione mia, ma una teoria (abbastanza valida, aggiungerei) che sostenevano personaggi come Kant, o, più recentemente, Bergson. Insomma, non erano certo gli ultimi arrivati.

Eppure la situazione è questa. Ci insegnano che la poesia non è descrizione, ma suggestione, e poi se ne saltano fuori con frasi come "No, non hai capito. Il poeta intendeva un'altra cosa".

Bene.
Propongo oggi una mia piccola rivoluzione, che forse assumerà più che non altro i tratti di una rivolta, che non vedrà mai un nuovo mondo, ma solo l'umido fondo del baratro dell'abbandono e della dimenticanza, ma fa lo stesso.
Propongo una serie di opere che verranno interpretate dal loro autore stesso con: SECONDO ME, che sonocolui che la creata, QUESTA IMMAGINE RAPPRESENTA QUESTO, MA, se secondo VOI, ha un significato diverso: VA BENE LO STESSO!!!


(Do not what watch, just feel it; ...) seguendo l'esempio di Debussy, che non scriveva i titoli delle sue opere all'inizio, ma alla fine, con accanto dei ... per indicare la possibilità di cambiarlo