Dall'arido suolo alzo gli occhi e li volgo in alto, cercando di sottrarli alla morsa delle fitte tenebre che, costantemente, cercano di chudermeli.
Cerco i rimbalzi di qualche luce che ricordo venire dalle stelle nel cielo.
E così, ansioso, ricomincio a salire, perchè non è lì che voglio stare e mi aggrappo alle scintille che solo rare e uniche emozioni possono creare: le scintille di un sorriso, di un abbraccio... di un bacio.
Ricomincio a salire, perchè sono le stelle che voglio vedere, che voglio tornare a vedere, consapevole, questa volta, di quanto in alto stiano, e ansioso di capire se mai qualche angelo potrà a loro guidarmi.
Ricomincio a salire, mi fermo e mi volto. Lo sguardo al fondo.
Il buio del Baratro non ha paura. Tranquillo, forse malinconico ed ormai rassegnato al mio ostinato comportamento, mi osserva andar via, consapevole che ripiomberò presto tra le sue fredde mani, ma forse speranzoso che, questa volta, possa sfuggirgli ed andarmene senza avergli detto addio, ma sussurrando per abitudine un poco convinto arrivederci.
Non mi fermo più. Non voglio fermarmi. Prima o poi scorgerò, nel buio, il movimento di una farfalla. E io, dall'alto del mio appiglio cercherò di toccarla per stringerla, consapevole che dovrei guidare entrambe la mani al vuoto.
Lo farò, perchè sebbene, solo per un attimo, un misero istante, durante il quale sapevo che nessuno sarebbe stato a sorreggermi, io avrò volato.
E poi la caduta, lo schianto, il sangue... non la morte. No, quella sarebbe arrendersi, e il Baratro, che mi vorrebbe amico, sa e teme che io possa stufarmi di fuggire ma non di non volergli appartenere.
Non ha da temere, il mio vecchio nemico. Sappia che non smetterò, e se avessi avuto ali per volare via, le avrei stracciate io stesso. Perchè?
Perchè non si può volare alle stelle e capirne al contempo la meraviglia, no...
Bisogna prima aver toccato il fondo del baratro, averne saggiato la tetra freddezza. Solo allora si avrà compreso e solo allora, chiunque rinuncerà alle ali.
Perchè per ogni caduta, ogni schianto, ogni goccia di sangue, c'è stata, prima, una scintilla.
(Sul fondo del Baratro ...)
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Una bella poesia, o almeno è ciò che pensio io a riguardo di questa composizione, scritta abbastanza tempo fa, in un momento adesso abbastanza lontano, ma non per questo dimenticato.
Il messaggio che vorrebbe passare è abbastanza complesso. Consta di due punti, sostanzialmente.
Il primo è un concetto piuttosto hegeliano, ovvero la conoscenza procede in modo dialettico fondandosi su tre elementi: la tesi, l'antitesi e la sintesi.
Il secondo messaggio riguarda quello che nella poesia è il Baratro: nel mio caso rappresenta la società (non la degnerò di una maiuscola), intesa come quella "struttura" che cerca di mangiare gli uomini nella loro individualità con il fine di renderli qualcosa di assolutamente omogeneo.
La società, in buona sostanza, cerca di mangiarsi le differenze, trasformando tutti nel modello di uomo che i costituenti della medesima si propongono e trasformando in pazzie e psicosi le differenze di coloro che non cedono al processo di omologazione.
Il messaggio che vorrebbe passare è abbastanza complesso. Consta di due punti, sostanzialmente.
Il primo è un concetto piuttosto hegeliano, ovvero la conoscenza procede in modo dialettico fondandosi su tre elementi: la tesi, l'antitesi e la sintesi.
Il secondo messaggio riguarda quello che nella poesia è il Baratro: nel mio caso rappresenta la società (non la degnerò di una maiuscola), intesa come quella "struttura" che cerca di mangiare gli uomini nella loro individualità con il fine di renderli qualcosa di assolutamente omogeneo.
La società, in buona sostanza, cerca di mangiarsi le differenze, trasformando tutti nel modello di uomo che i costituenti della medesima si propongono e trasformando in pazzie e psicosi le differenze di coloro che non cedono al processo di omologazione.
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