Nessuna vittoria ha mai contribuito alla crescita

"Il calabrone, secondo tutti i più importanti testi sul volo, ha un'apertura alare troppo piccola per permettergli di volare. Ma lui non lo sa, e continua a volare"
Sikorsky

venerdì 14 dicembre 2007

Decaduta

Viaggio in treno. Si ritorna cattivi, stufi delle cose belle che si ha imparato ad osservare da soli ma che ci si è resi conto non essere altro che polvere (di stelle, certo, ma pur sempre polvere) e si arriva in una buia stazione, troppo affollata pur essendo un venerdì di rientri, troppo poco gioiosa per essere quasi Natale.
E la si vede lì, con lo sguardo perso; o è arrivata o sta aspettando qualcuno. "Ciao".
Una risposta che tarda ad arrivare: come se un vecchio motorino stesse guidando una messa a fuoco che fa fatica a fare il proprio dovere. Poi, dopo aver mancato per due volte di fila la focale giusta, si riesce con il terzo tentativo: "Ah, Ciao". Ma è una voce tremendamente svampita, assente, quasi artificialmente rilassata da troppi eccessi.
E in quell'assente ciao, in quella fatica di ricordare quello che credeva essere un vecchio amico, uno di quei personaggi che tornano quando c'è proprio bisogno di loro... più nulla. Tutto scomparso.

Certe volte la magia deve essere uccisa dal mago. E' il compito più triste che debba compiere questo artista, poichè troppe volte sono le persone a volere uccidere la sua figlia prediletta.
E quando anche lui deve ricordarsi che sua figlia non può vederla nessun altro all'infuori di sè stesso, fa male, poichè è esattamente come colpirla a morte mentre dorme tranquilla.

Odio il mondo degli uomini, mentre sono innamorato di quello degli Uomini.

domenica 28 ottobre 2007

Spiderman 3 (solo per chi ha già visto il film)

Eccoci alla nuova serie di post, riguardanti le recensioni di film che vengono visionati, con lieve ritardo, dopo un costosissimo affitto a Blockbuster.
Oggi si parli di Spiderman 3: sembrava essere un film eccezzionale, qualcosa di assolutamente imperdibile, a sentire dai convinti commenti di tanti amici.
Posso permettermi? Una gran boiata. Ecco come commenterei. Se qualcosa è stato realizzato veramente è l'obiettivo di realizzare una vera e propria americanata.
Parliamo un attimo delle questioni tecniche:
Computer Grafica
Ci sono tre scene che meritano attenzione.
La prima (nonchè veramente agghiacciante) è quella del primo scontro tra i due ex-amici Osborn Junior e Peter Parker, in mezzo a vicoli che farebbero accapponare la pelle ad un ispettore del catasto, visto lo spazio lasciato tra gli edifici. Giravolte, giri, esplosioni, cazzotti... tutto estremamente entusiasmante, addirittura avvincente, eppure qualcosa non torna... cosa? Il fatto che se si ha l'occhio ci si rende conto che i realizzatori hanno usato una buona serie di vecchi trucchi risparmia-fatica.
Le "telecamere" (se possiamo chiamare così anche quelle animate all'interno di chissà quale motore di rendering) continuano a muoversi e sembra che non ci sia mai un taglio in fase di montaggio, eppure non è esatto pensare che la sequenza sia veramente un unico continuo, in quanto i personaggi continuano ad entrare ed uscire di scena, o meglio, di campo. Ciò, in fase di compositing (quando si associano scene riprese dal vivo con sequenze digitali) corrisponde ad un taglio. Di conseguenza l'intera sequenza sembra arrangiata un po' così, come se a realizzarla fossero stati i pivelli di turno.

La seconda scena che veramente merita uno sputo è la sequenza nella quale spiderman imprigiona il parassita-simbionte in mezzo ad una gabbia sonora. Non si farà più che accennare al fatto che è impossibile, anche per un supereroe, piantare una sequenza di quasi 8 pali uno di seguito all'altro con una velocità di circa 3 pali al secondo (anche perchè nelle mani ce ne stanno uno alla volta).

L'unica scena di computer grafica che veramente merita è la nascita dell'uomo di sabbia (non la trasformazione nel silo, bensì la sua effettivamente ricomposizione su terra in seguita alla metamorfosi).
Inizio complimentandomi con lo studio realizzatore per l'uso, assolutamente invidiabile, che hanno fatto di Real Flow (molto probabilmente). Non la definirei che commovente. Toccante come il delinquente cerchi, con numerosi tentativi, a ripristinare quella che era la sua forma originaria, fallendo ripetutamente. Senza arrendersi, trova ciò che ancora lo tiene legato alla vita nel ciondolo regalatogli dalla figlia, che con un enorme sforzo riesce ad afferrare.

Temi trattati
Assolutamente inadeguato il modo in cui i vari temi che la trama poteva suggerire sono stati affrontati.
La storia di Venom (il simbiote) andava affrontata con la massima attenzione, in quanto tale personaggio rappresentava il Nemico numero uno di Spiderman. Mi spiego:
se tutti i personaggi sono finiti con l'odiare Spiderman poichè si intrometteva nei loro piani, Venom fu il primo ad avere come obiettivo la morte del supereroe non per poter portare a termine i propri piani; la morte di Peter Parker rappresentava il suo unico fine vitale.
La storia procede in maniera canonica (a canone): Peter Parker ed Eddy Broke conoscono le medesime fasi, il secondo in ritardo rispetto il primo. Tali fasi sono il successo, l'umiliazione, il potere, la vendetta/perdono.
Venom rappresentava per Parker un nemico pericolossimo, in quanto era la sua stessa cattiveria ad affrontarlo, con poteri del tutto simili ai suoi e nettamente superiori.
Il fatto che sia stato liquidato con un totale di 3 sequenze dove viene indossato il Black Suite e nemmeno 20 minuti di Venom (troppo piccolo, magro, debole, troppo poco sadico e con una voce assolutamente inadeguata) è semplicemente sprecare quella che poteva essere la più bella puntata di tutta la serie.

venerdì 26 ottobre 2007

Tutti sanno tutto, meno che uno...

Comincia una nuova vita a Brescia, in quello che ormai si potrebbe tranquillamente considerare il mondo vero, quello dove le persone vivono la vita come questa è e come solo loro l'hanno capita. Si vive di frenesia, di corsa, già studiando quando possibile Istologia e disegnando l'impossibile a Fisica, ma questa è un'altra cosa.
La cosa più curiosa del mondo reale, perchè è questo che è, è il mondo reale quello là fuori, è che ci si confronta con persone che hanno la Verità nelle loro manine. Già, perchè la Verità è fatta per le manine, quelle piccole piccole che tutti hanno e nelle quali la Veirtà sta comoda, larga, tutta ben distesa e dispiegata. Perchè è questo che deve essere la Verità, no? Se non fosse chiara, a che cazzo servirebbe? Non sarebbe più Verità essa stessa, sarebbe insicurezza, inesattezza, impossibilità conoscitiva... qualcuno saprebbe dirmi a cosa cazzo potrebbe servire una cosa del genere? Ve lo dicono loro, quelli del mondo reale: a nulla. Assolutamente a nulla, poichè se non conosci, come puoi vivere? Come puoi essere così stupido da voler vivere, se prima non conosci già tutto?

Non avete veramente mai pensato di vivere per conoscere? L'ordine consequenziale dei processi è fondamentale, ma voi che siete così convinti di quello che sapete, non avete dubbi di alcun tipo, non potete essere insicuri se è A - B, piuttosto che b - a (e lo scrivo minuscolo proprio perchè è un errore che solo una persona che ha vissuto nelle sue fortezze di solitudine può commettere).
La Verità è quella che ci viene data, in confezioni gratuitamente distribuite con un piccolo prezzo da pagare, qualcosa che tutti possono tranquillamente cedere senza riflettere troppo, poichè oramai è una moneta che non compra più nulla: tale soldo è la propria mente, comprendente la personalità, l'originalità, la capacità di emergere o sparire, la forza di non dover vivere secondo le regole dettate, ma comprendere che se sono per tanti forse non tengono conto dei singoli.
Il mondo reale ha le SUE regole: chi le rispetta, SA.

Questa non è una Verità. Ve lo dico io. Questa è un menzogna. Nient'altro.

sabato 29 settembre 2007

Prima di una battaglia

Cosa ha fatto Alessandro Magno la notte prima di Cheronea?
E Winters prima del 6 giugno?
Cosa hanno fatto esattamente la notte prima? Sono andati a dormire per mettere insieme le forze per il grande giorno che li aspettava?
Come potevano pensare di uscirne vivi? Il trucco, potrebbero aver risposto, era non pensare a questo argomento.
Già. Non pensarci. Ma loro ci hanno sicuramente pensato, e alla fine si sono sicuramente convinti che non ne sarebbero usciti vivi. E come hanno fatto la mattina dopo?
Come ha fatto il macedone a salire in groppa a Bucefalo?
Come ha fatto l'americano a salire la scaletta dell'aviotrasporto?
Eppure lo hanno fatto.
Viene da pensare a Patton: "un uomo coraggioso non è poi così diverso da un uomo normale. E' solo più coraggioso per qualche minuto in più".

Ci riuscirò a essere più coraggioso? Attualmente è mia convinzione credere di sì. Soprattutto perchè un uomo normale non farebbe quello che sto per fare. No. Ma qui, la normalità fa paura.
Non perchè è scomoda. Solo perchè, in fondo, è noiosa. Eh, che brutta cosa che sarebbe imparare ad annoiarsi.

sabato 8 settembre 2007

Un appuntamento importante

Si rese conto che non erano passate nemmeno 12 ore e già aveva cambiato radicalmente idea. Se prima stava crescendo l'odio più sincero e paralizzante, ora stava tranquillamente rendendosi conto che avrebbe davvero gradito tornare a trovarla.
Ma com'è possibile? Non si può essere così contradditori. Così dannatamente confusi e al contempo tranquilli per quanto riguarda ciò che si sta facendo. E' niente di più di una contraddizione e, quindi, qualcosa da evitare. Fanno male le contraddizioni. Puzzano di menzogna, d'inganno, d'insulto.
Oppure no? Sono le persone che hanno infangato il nome della Contraddizione, quella vera, quella che alcuni chiamano anche con un altro nome molto più breve: Vita.
E' come chiedersi se il responsabile dell'invecchiamento sia il tempo. E' stupido. E' la nostra concezione di tempo che tenderebbe a vivere all'infinito, ma non perchè è più bello così, solo perchè non abbiamo abbastanza coraggio.
Il vero tempo della vita non è il ghiaccio. E' l'acqua. Perennemente in cambiamento, impossibile da prendere, che accetta una forma solo quando vi è costretta e trattenuta in un contenitore. La vera vita non si lascia prendere da colui che vuole catturarla. Si lascia prendere solo da colui che vuole viverla, e per farlo è disposto ad accettare le sue regole.
Chi diventa acqua non è più riconoscibile dai suoi compagni o dai suoi simili. Troppo lontano da loro, è osservato mentre si dissolve davanti ai loro occhi invidiosi e al contempo stupiti, talvolta addirittura terrorizzati.

Perchè all'appuntamento con la Morte, ci si deve arrivare vivi.

lunedì 3 settembre 2007

Il giorno prima dell'estate

Già, come al solito non si riesce a trovare nulla di ordinario su questo blog. Infatti, giusto per non essere conformi, all'arrivo delle fredde correnti di venti di settembre, per me l'estate comincia domani, dopo aver affrontato il più grande tra i draghi, il più grande dei mostri, più terrificante del Leviatano di hobbsiana memoria.
E sebbene nemmeno i sentimenti abbiano più il coraggio di sbilanciarsi, ci si proverà. Si andrà sotto quella tettoia con il cuore pieno di paura, ma non colpevole nei confronti della preparazione. Se la colpa sarà da assegnare a qualcuno, tra i colpevoli ci sarà anche il fato, o come io preferisco chiamarlo, il Caso.
E con questa piccola "contraddizione" (che forse non lo è nemmeno così tanto), vi saluto.
E come dissi ad una ragazza conosciuta al corso, "ci si vede dall'altra parte", altrimenti, non ci si rivedrà e basta. Ma questa seconda parte ebbi la decenza di non dirla ad alta voce, ma solo sussurrarla nelle mia testa.

venerdì 24 agosto 2007

Traditore dilettante

Eh già, succede, ogni tanto. Un po' loro, un po' anche tu, un po' anche io.
Ma non l'ho fatto apposta, è questo che dico, con una rassegnata calma, alla giuria che mi ascolta, senza troppa attenzione.
Volevo evitarlo, ci avevo provato, ma alla fine sono rimasto sopraffatto e tutti si è rigirato contro di me. Ma la condanna non serve venga proclamata, no giudice, risparmi la sua voce per qualcuno che la supplica di non dire quelle parole. La mia condanna me lo sono data io.
Colpevole di cosa: di essere un dilettante. Colpevole di essere stupidamente orgoglioso.
Non si parla più alla giuria. Parlo ormai a me stesso, a quei tanti personaggi della mia personalità: cercate di convincervi. Non lo feci apposta. Probabilmente ho pensato male, probabilmente soffrivo per ciò che facevo e probabilmente un po' ne gioivo, ma questo è ciò che comporta l'orgoglio. Ma perchè non ci rinuncio.
Perchè senza di lui non sarei più io.
Ma perchè non lo rifiuti. Perchè senza, sarei perduto.

Sì, agli occhi del mondo ho tradito. Ai miei occhi ho cercato di evitare, ma ciò che mi fa male non è solo il fatto di aver fallito, ma il fatto di aver fatto soffrire colui che proprio non lo meritava.

giovedì 16 agosto 2007

Ritorno alla grafica

Finalmente si torna a fare un po' di quelle cose tanto belle quanto inutili. Già, perchè se ci si pensa è proprio questa la definizione delle cose davvero belle: assolutamente inutili (ma forse è proprio per questo che ci appaiono così belle, proprio perchè hanno come unico fine sè stesse e il farsi ammirare). Ma a parte queste divagazioni, ecco a voi il mio ultimo lavoro:


lezione sulle caustiche in Mental Ray di Maya 8.5. Spero vi piaccia, perchè per me ha davvero un grande significato. Finalmente, un'altra di quelle parti di Maya che sembrava così grande da essere inaccessibile, si è rimpicciolita un po', lasciandosi assaggiare.
Per quanto riguarda voi, per favore, lasciate commenti su come vi sembra possibile migliorare il tutto.

lunedì 6 agosto 2007

Esule

Esule. Io della mia stessa vita. Come già successe la prima volta, così in questa occasione non faccio altro che uccidermi piano piano. Mi nutro della delusione, mi disseto con speranze che so perfettamente essere vane. Ma non ha più alcuna importanza. L'unica che rimaneva era quella di riuscire ad accettare tutto questo, ed è stata tranquillamente raggiunta.
Io stesso sono arrivato a capire che tutto quanto, in questo momento e nel prossimo futuro, in realtà, l'ho scelto io. Se ci sto male, è solo per una mia scelta. Come potrei esserne disgustato, se per tutto questo tempo non ho fatto altro che continuare a dire che la libertà è una scelta, una responsabilità, spesso una sofferenza...

Eppure sto male, perchè in aggiunta a quanto necessariamente consegue dalle mie scelte, si aggiungono tanti altri piccoli fattori, che con il tempo diventano grandi, si sommano fino a sommergere. La cosa peggiore è il pensare che sono assolutamente gratuiti, potrebbero essere forse risparmiati, se non proprio evitati, eppure sopraggiungono. Curioso notare come le cose gratuite non necessariamente facciano solo piacere...

La direzione è la rassegnazione. Il sentiero intrapreso è buio e quelle poche scintille mi regalano sempre meno luce. Forse, questa volta, ha davvero vinto Lui.
Cosa ci sarà ad aspettarmi alla fine? Viste le passate esperienza, non sembrerebbe proprio nulla di buono. Con un po' di fortuna, qualcosa di tantomeno accettabile. Per ora, non si fa che abbassare la testa, ma continuare ad avanzare.

sabato 4 agosto 2007

In memoria della fata rossa

Momenti strani, quelli in cui ci si illude. Si comincia a far lavorare la mente, la quale comincia a creare con grande velocità immagini interessanti, talvolta nebulose, altre volte troppo ben definite. E' in questo momento che una semplice fantasia assume una sembianza tale da presentarsi come degna sostituta di quella che è la realtà.
E' in casi come questi che quella che sembrava una persona assolutamente normale entra in un piccolo limbo e, poco dopo, ne esce più bella, rivestita di una rossa magia, dotata di grande grazia nei movimenti, capace di regalare sorrisi e di creare intorno a sè grandi attese. Come se nella sua figura fosse possibile trovare la speranza di vedere qualcosa di nuovo, qualcosa che non sia una semplice fotocopia del mondo.

Ma le illusioni sono pericolose. Le illusioni sono come ali che portano la mente in alto, troppo in alto, così in alto da arrivare laddove di ossigeno non ce n'è più; e lì non c'è che da scegliere, se tornare a respirare, o rendersi conto che si sta meglio laddove di ossigeno non ce n'è più bisogno.
Ma le fate non stanno qui dove c'è l'ossigeno e così le illusioni continuano il loro viaggio, rinunciando al loro prezioso passegero: lo lasciano semplicemente cadere, ignorando il fatto che possa uccidersi nella caduta. Le illusioni non muoiono. Molto semplicemente, la mente capisce che non sono adeguate a comprendere la realtà, le ricorda in maniera più sbiadita e rinuncia ad utilizzarle.

E' così che si capisce come dietro una fata non ci fosse una persona, ma solo un'idea.
Più che un'idea, una speranza.

Sarebbe bello se non fosse così. Sarebbe bello se in un saluto, fatto di corsa, lontano dalla vista di tutti, la fata rossa lanciasse un bacio lasciando cadere della polvere di stelle del suo colore elementale, dimostrando che esiste ancora e non solo laddove vivono le sue simili.

(Ad una fata che forse non fu mai tale ma che potrebbe diventarlo, contro ogni logica, solo secondo una mera speranza).

venerdì 3 agosto 2007

Un impegno

Un piccolo post. Solo per dire una cosa semplice, anche se in realtà non lo è veramente.
Una piccola promessa, che in realtà è grande grande, difficile da mantenere e molto probabilmente troppo articolata e complessa perchè possa davvero vedere la luce.
Si ricomincia con Maya e la compagnia. Da un po' con il supporto di questa meraviglia di colore bianco.

Sarà un fiore. Sarà un'idea. Sarà di cristallo. Sarà per una persona a me molto cara, che non sa di esserlo e di cui nemmeno io riesco a comprenderne questa importanza.
Questa è la promessa.
E prima o poi, almeno la creazione sarà ultimata. Non so se tutta la promessa e ancor meno non so se la speranza che anima tutto ciò conoscerà la gioia.

mercoledì 11 luglio 2007

La luce e la scintilla

Un'ombra fagocitata dalle tenebre. La tragicità di un istante che resterà unico. Un flash che non abbaglia, acceca, poichè toglie la luce tutto intorno.
Sentirsi bloccati. Percepire come non esista una direzione nell'ombra. Non si sentono pareti ovunque si cammini. Il che è peggio. Poichè lascia il dubbio che esistano.
Una parete sarebbe una dimostrazione. La possibilità di essere certi che un limite esisteva, eravamo semplicemente noi a non sapere che questo c'era.

La mia lanterna l'ho già abbandonata. Giace ormai perduta anch'ella da qualche parte, a contatto con la fredda terra. Niente più luce. Io stesso vi rinunciai. Non era luce. Era solo credere. Ma laddove si crede ci si illude.
Credere in qualche cosa o qualcuno è illudersi, e ciò non possiede senso. Non ne ha. E' inutile. Non si può fondare un castello sull'acqua. Come è inutile provare a fondare un castello.

Eppure persisto. Non sono ancora deciso a dimenticare tutto. Lasciar perdere la vita. Non si può ignorare che un'uscita non esiste, eppure ci prova a cercarla. Ma non è questa la natura umana. No. Questa è una maledizione, che spetta a pochi. A me è toccata. Una semplice prova del dolore.
Beati gli illusi, che cadranno e nemmeno nel momento ultimo percepiranno nulla e si addormenteranno tranquilli, forse spaventati dal viaggio che li attende, ma nulla di più.
Qui si cadrà nel baratro, ma ci si lascerà andare con gli occhi aperti, senza aspettarsi una nuova meta, ma semplicemente sapendo, che non ci sarà nulla ad attenderci.

Ho cercato la lanterna. Ho provato a ricostruirne i pezzi danneggiati. Ma non mi era possibile. Io stesso rifiutai il mio intento, comprovata la stupidità di un tale gesto. Eppure, provai.
Proverei ancora. Ma non realizzerei una lanterna. Solo una piccola scintilla. Se solo potessi, donerei quell'istante al buio. E saprei per certo, che il baratro mi accetterà, ma non saprà mai se tutto me stesso è caduto, o se qualcosa è rimasto.

A-sociali per natura (e non solo io)

Epifania: momento di improvvisa rivelazione di come la realtà è effettivamente. Elemento fondamentale dei lavori di Joyce o delle poesie di Montale.
E ogni tanto, capita anche a chi di poetare e di scrivere non è capace.
Ripensavo alla introduzione del blog. "Questa è la pagina di un solitario". In passato (ma anche adesso) pensavo tantissimo a come dovessi considerare questa caratteristica come qualcosa di negativo, un piccolo - (meno) da mettere vicino al mio nome. Non va bene stare da soli. Non sta bene. L'uomo è un animale sociale, è inutile provare ribrezzo per le relazioni sociali, ma soprattutto è contronatura. Marx vedeva nella società l'elemento distintivo principale dell'uomo.
Posso permettermi? Marx non è mai stato uno che ci azzeccasse granchè. Scusate la sparata, ma i fatti mi cosano: in Russia hanno attuato la rivoluzione socialista/comunista e al contempo hanno fatto una rivoluzione contro il Capitale (da intendersi come libro di Marx). In effetti, se la rivoluzione doveva essere il raggiungimento della sintesi superante le contraddizioni (quali fasi antitetiche) della società borghese, la rivoluzione è avvenuta laddove borghesia non c'era...
Ma tutto questo per sparlare un po' addosso a Marx (poverino, non mi ha mai fatto niente; all'esame mi hanno chiesto il suo maestro Hegel, mica lui... sarà che non mi è mai piaciuto)? No, per dire che considerare la società come l'elemento fondamentale dell'uomo non è corretto. E' forse una sparata maggiore.

Ma allora, quel piccolo - che mettevo sempre vicino al mio nome, forse non era un elemento così negativo... forse poteva starci. Possiamo addirittura azzardare che poteva trasformarsi in un + ? Perchè non sarebbe dovuto essere così. Solo perchè la gente dice che non è bene tenersi troppo fuori dal gruppo?

"Una volta che si ha visto il fluido vitale, non si può più tornare indietro [...] la maschera che portavamo vediamo di aggiustarla sul viso" poichè ormai sappiamo che il nostro volto non ha un'unica forma, ma sempre tante, tante diverse, costantemente forzate a mutare, poichè l'unica cosa veramente naturale all'uomo è sentirsi stretto dietro una maschera.

domenica 8 luglio 2007

Descrizione di uno strano istante

Sera. Passeggiata tranquilla con un'amica per le strade del centro. Troviamo un grande affollamento. Cerchiamo di passarci attraverso. Improvvisamente lei mi ferma e mi fa notare una ragazza seduta per terra all'ombra di un muro laterale del duomo che si tiene il volto tra le mani. Per quanto mi riguardava, l'avrei tranquillamente lasciata a piangere le sue sofferenze nella sua solitudine: odio essere disturbato quando mi ritiro in solitudine, ed estesi lo stesso principio anche a quella ragazza. La mia amica, contro quanto le suggerivo, le si avvicinò chiedendole se tutto andasse bene. La ragazza alzò lo sguardo e, rivolgendosi all'apparizione che le stava innanzi, dopo aver asciugato qualche lacrima, la ringraziò e, stringendole la mano le chiese come si chiamasse.

Rimasi a contemplare la scena. Immobile. Provando ad immaginare i sentimenti che quella triste ragazza potrebbe aver provato nel vedersi comparire davanti una perfetta sconosciuta che, nonostante non avesse la più pallida idea di chi lei fosse, si fosse preoccupata per lei.
Per quanto mi riguarda quella ragazza potrebbe tranquillamente aver pensato al miracolo: in un momento di odio e tristezza, sentirsi in qualche modo ancora al centro delle attenzioni di qualcuno che non si conosce può essere tranquillamente considerato qualcosa di magico.

Ritengo che sia proprio questo il modo di considerare l'atteggiamento della mia amica. La gratuità non è altro che la magia vera e propria. Fare qualcosa solo perchè si vuole farlo, senza fini, scopi o intenti utilitaristici. Come potreste definirlo, eccezzion fatta per stupido? Perchè in fondo è così che si definisce qualcosa di inutile.
Se sul computer trovassi un software che non fa nulla (nè di utile nè di dannoso) ma è semplicemente inutile, non farei altro che definirlo stupido e spostarlo nel cestino (un po' come Windows ormai). E per quanto l'esempio in fondo possa sembrarvi ridicolo e assolutamente senza connessione, funziona molto bene anche con le persone.
E' inutile chiedere ad una persona che piange se va tutto bene. La risposta è ovvia ancora prima di aver pronunciato le prime parole della domanda. Ma il semplice farlo, nella sua inutilità, guadagna un grande significato (ovviamente in relaziona alla situazione da me descritta).
La gratuità è un po' come la bellezza. Non serve a nulla, ma il semplice fatto che esista suscita qualcosa, e proprio questo non ha prezzo.

martedì 3 luglio 2007

The butterfly effect e la farfalla

2 luglio 2007. Ore 11:10. "Prego, si accomodi pure". Una voce alle mie spalle mi chiama per farmi entrare. Il mio esame orale di maturità sta per avere inizio. Discreto livello di nervosismo, come di agitazione. Livelli di adrenalina molto alti, ma in fondo tranquillo, quasi curioso di poter ingaggiare il mio ultimo scontro con i miei professori e pronto a sfidare i nuovi. Con ben chiara in mente la frase di Rea di due pomeriggi prima: "Verrò a sentirti fare la tua lezione, professore" (o qualcosa di molto simile a questo), mi porto alla lavagna multimediale, preparo il file illustrando come veramente funziona quella lavagna e comincio a esporre. Che cos'è l'effetto farfalla, bla bla... poi, improvvisamente...
"... ehm, mi sono appena accorto di avere una farfalla davanti ai piedi!".
Già, uno illustra l'effetto farfalla in fisica cercando un collegamento alla filosofia e magicamente si ritrova una farfalla davanti. In quel momento, così banale e probabilmente secondo qualcuno addirittura fastidioso, il cuore ha fatto un piccolo balzo e una piccola scintilla mi ha illuminato il sorriso.
"Un segno del destino" hanno detto alcuni e devo confessare che anche io per un attimo sono rimasto fortemente incuriosito da quell'evento che, nella sua banalità e al contempo nella sua puntualità mi ha stupito. E non solo in questi due elementi. E' molto curioso che ad una persona che espone una tesina sulla libertà si parli di destino. In effetti i due, come elementi, fanno particolarmente a pugni.
E in quell'unico, brevissimo istante che mi ero rubato per osservare l'insetto, è scattata una brevissima riflessione.
Ma la libertà della quale hai così tanto parlato e della quale stai cercando di giustificare l'esistenza, esiste?
La risposta non è giunta subito, ma più tardi, quando il cervello ha avuto modo di concentrarsi su altre cose che non fossero il Caos, Zola o Hegel.

La risposta è arrivata dopo, osservando l'abbondante pioggia che è caduta il pomeriggio.
Finalmente, dopo essermi costretto allo studio contro qualunque briciola di voglia, avevo il tempo di osservare la pioggia cadere. E' uno spettacolo molto interessante. Per quanto monotono possa apparire, in realtà nessuna di quelle gocce cade mai nello stesso identico posto dove è caduta una precedentemente.
La libertà che tanti chiedono o vantano, in realtà viene da una scelta.
Quella scelta è in realtà il nostro unico atto libero. Poichè da quella il resto è una conseguenza. Una persona può scegliere se consegnarsi ad un sistema di cause ed effetti conseguenti o se provare a controllare essa stessa i propri eventi e diventare la causa dei propri effetti.

martedì 26 giugno 2007

I voti uccidono la creatività

In periodo di maturità è normale pensare ai voti. Pensare alle scorrettezze, ai regali, ai professori tirchi e quelli che regalano tutti. Ma limitarsi a questo non è che un'attività sterile. Molto meglio provare a scendere un po' più in profondità, provare a capire perchè quando vengono assegnati dei voti molte persone restano deluse, altre percepiscono qualcosa di marcio, altri si compiacioni di essere stati premiati per cose che non avevano fatto.

Cosa vuol dire dare un voto? Innanzitutto, significa creare uno schema valutativo unico e applicarlo a tutta una serie di lavori consegnati da diverse persone.
All'interno di questa operazione, questa così semplice operazione, si riscontrano subito 2 incongruenze, due... "bestemmie". Due insulti.
Innanzitutto, si cerca di applicare uno schema oggettivo per valutare in tale maniera una serie diversa di lavori. La domanda è: come può una persona creare uno schema veramente oggettivo? Non è possibile. In qualche modo, metterà sempre qualcosa di suo, a meno che non sia ridotta ad una macchina, ma ciò non può succedere. Di conseguenza, tale schema non può essere veramente oggettivo (trascendentale in senso kantiano sarebbe la più adeguata definizione), ma questo è comunque il meno offensivo dei due insulti.

Quello veramente offensivo è il seguente. Usare uno schema per un insieme di persone significa considerare tutti i lavori esattamente uguali uno all'altro. Ma con questa operazione, in realtà, si stanno considerando uguali anche i creatori di quei lavori. Si sta in buona sostanza rinunciando all'individualità delle singole persone che hanno lavorato al loro singolo lavoro. In questo modo si stanno volontariamente tralasciando tutte le componenti che rendono unico ogni lavoro, prime fra tutte l'impegno. Sarebbe impossibile tenere presenti tutti questi elementi che stanno alla radice di ogni lavoro all'interno di un voto, anche perchè provare a tenerne conto risulterebbe a sua volta una schematizzazione (e omologazione) di qualcosa che è unico e irriproducibile.
Giudicare qualcosa significa osservare un prodotto staccandolo da quello che è il suo creatore e lasciare che la propria simpatia esprime il commento di chi sta correggendo. Se la simpatia trova qualcosa che in qualche modo la dispone positivamente, il commento sarà buono, altrimenti si esprirmerà in senso negativo.

Ora, per esprimere un parere bisogna essersi guadagnati la posizione tramite il merito per permettersi di parlare, ma sinceramente credo di avere una posizione che mi permetta di abbastanza su questo argomento. Con i miei voti mi sono ritrovato unicamente con un grande amaro in bocca quando altri avrebbero fatto carte false per averli. Mi sono reso conto che un voto non fa che lasciare un'insoddisfazione, in quanto riduce a qualcosa di assolutamente commercializzabile (applicare un voto non si differenzia troppo da applicare un'etichetta con un prezzo) qualcosa che il suo creatore riteneve unico e senza prezzo.
E' per questo che la creatività non deve essere valutata, ma unicamente commentata, per cercare di comprendere quale valore aveva per il suo creatore e sperare che assuma una certa importanza anche per chi la osserva.

E' impossibile cercare di comprendere l'idea di qualcun altro, poichè solo colui che l'ha concepita avrà modo di averla chiara in testa come essa è nata. Chi cerca di comprendere sta solo costruendo una sua idea seguendo delle indicazioni di un altro.

mercoledì 20 giugno 2007

Ma tanto va tutto bene

Già, va tutto bene. Così mi scrivono ogni tanto.
Ve lo dirò chiaramente, questa maturità è iniziata bene, ma proseguirà male e mi impegnerò affinche finisca nel modo migliore.
Oggi ad italiano: 3h 15m. E' ovvio che quando mi danno un saggio sulla nascita della scienza moderna e uno alla tesina porta la morte di questa, ha delle semplificazioni.
Ma domani non ci sarà la tesina ad aiutarmi. Ma sinceramente, comincio davvero a non curarmene più. Mi impegnerò per tenere la stessa tranquillità che avevo oggi, bevendo il mio thè e mangiando quella squisita nutella.
Ormai non penso alla maturità che come alla chiave per comprare il macbook e guadagnarmi una settimana di riposo. Quello vero.
E' ovvio che quando vengono a scriverti, va tutto bene, a uno vengono cinque minuti e viene da scrivere sul blog. Gente che non capisce. Questo è stata la costante della mia vita. O forse, cosa più probabile, io che non riesco a farmi capire dalla gente. Ma oramai hanno ragione anche loro. Va tutto bene. Già, perchè probabilmente dopo questa maturità non resterà che il ricordo di me, che sparirò tra le nebbie della Lombardia.
Non va tutto bene. E ora come ora non lo andrà. Ma se questo l'ho ormai accettato per la maturità, faccio tuttora fatica ad accettarlo per altre cose. Per l'esattezza una. Non è Maya, quindi avrete capito di che si tratta, anche se capito forse è una parola forte, soprattutto se detta da me e su questo blog.
Ma va bene così.
Va tutto bene.

lunedì 18 giugno 2007

Si torna a Maya

Da quanto era che non scrivevo più qualcosa di personale. Già. Finalmente si torna a Maya, come dice il titolo. Cos'è Maya?
Come dico spesso, chi mi conosce lo sa, ma chi non mi conosce? Cosa fa?
Anche se non sapete proprio esattamente cos'è, non ha una rilevante importanza. Di fatto, esiste un Maya per ciascuno di noi. Ognuno ha il suo ad attenderlo da qualche parte, esattamente come ha fatto il mio con me. E' rimasto là, silenzioso, nella sua cartella sul mio disordinato (a parere di Bambom - http://bambom.blogspot.com/ -) desktop. Un'icona di 2kb rossa con un piccolo draghetto sopra disegnato. Qualcuno potrebbe tranquillamente confonderla con l'icona di un qualche gioco di ruolo o cose ancora più ridicole, ma io no. Non quell'icona.
So già cosa state pensando, e in effetti avete assolutamente ragione: fissato, per una volta speravamo parlassi un po' di donne; ma mi dispiace per voi. Non è il mio caso (del resto si è single per scelta, anche se non necessariamente nostra).
Quell'icona rappresenta due cose, fondamentalmente. Un mondo, innanzittutto. Già, perchè è questo che ti permette di fare Maya. Creare un mondo dove sei tu a decidere com'è il mondo.
Ma, soprattutto, Maya è una sfida. Ogni giorno qualcosa di nuovo. Funziona tutto, è un programma perfetto, ma ha un unico problema: è immenso. E proprio perchè tale, non ho idea di quando avrò finito di impararlo.

Ognuno ha il suo, ad attenderlo in qualche cartella su qualche desktop. Ognuno ha qualcosa che cerca di comprendere e tutte le volte scopre che c'è qualcosa di nuovo o si ricorda che ci sono cose che ancora non sa.
Ognuno ha un Maya al quale arriva addirittura ad affezzionarsi, talvolta ad innamorarsi, talvolta ad odiarlo, raramente (ma non per questo mai) tutto insieme.
Ci sono cose che rappresentano una sfida infinita, che si sa perfettamente non si può vincere. Eppure, senza un motivo, o forse con uno ben chiaro in testa, qualcuno ci prova comunque. Prova a vincerla.

giovedì 14 giugno 2007

La libertà non è un dono, ma uno sforzo

"Perché Signor Anderson? Perché? Perché? Perché lo fa? Perché si rialza? Perché continua a battersi? Pensa veramente di lottare per qualcosa a parte la sua sopravvivenza? Sa dirmi di che si tratta, ammesso che ne abbia conoscienza? E' la libertà? E' la verità? O magari la pace... non mi dica che è l'amore! Illusioni, Signor Anderson, capricci della percezione, temporanei costrutti del debole intelletto umano che cerca disperatamente di giustificare un'esistenza priva del minimo significato e scopo! Ogni costrutto è artificiale quanto Matrix stessa! Anche se devo dire che solo la mente umana poteva inventare una scialba illusione come l'amore! Ormai dovrebbe aver capito Signor Anderson, a quest'ora le sarà chiaro, lei non vincerà, combattere è inutile. Perché Signor Anderson? Perché? Perché persiste?"

Eccezionale estratto di Matrix Revolutions, la parte finale. Lo scontro tra Neo e Smith. Due visioni del mondo che si scontrano, tra mosse spettacolari ed effetti di dinamiche e di fluidosimulazioni che mi producono un'invidia oltre l'immaginario umano.
Ma oltre a questo, rappresentano l'eterno scontro dei deboli che vincono sui forti. Già, non viceversa, ho proprio scritto giusto. Come diceva Nietzsche "sono i forti che devono difendersi dai deboli".
I deboli sono rappresentati da Smith. Coloro che si arrendono all'evidenza della vita. Hanno perfettamente compreso la lezione di Schopenhauer, ma a questa si sono limitati. Hanno capito che l'unico scopo nella vita è la fine. Sanno che l'uomo non viene creato, il che gli garantirebbe una fine connessa ad un'eventuale distruzione (che potrebbe verificarsi come no, garantendo quindi l'eterna esistenza), ma nasce, il che gli regala un biglietto di sola andata.
Cosa resta a costoro. Null'altro che godere, all'interno di quell'insieme di necessità alle quali la Natura li costringe.
Se un uomo vede una donna con un bel fisico ne risulta attratto ed invogliato ad accoppiarvisi per una istintiva pulsione. Se qualcuno trova del cibo nel momento della fame è istintivamente spinto a sfamarsi. Se qualcuno trova una via di fuga nel momento del pericolo è istintivamente spinto a seguirla, anche costasse il patteggiamento con la propria morale. E' tutto inquadrato all'interno di una sconsolante visione deterministica. Causa ed effetto. L'uomo non è altro che un fenomeno, perfettamente prevedibile e misurabile, assolutamente incapace di generare un imprevisto.

E poi c'è Neo. Solo contro l'intero universo. Solo a difendersi contro il mondo. Solo. Si difende fino alla fine, e muore ne tentativo di difendersi e annullare il proprio nemico. Nemico. Come se effettivamente nella realtà fosse così facile trovarne uno. Già! Chi ha detto che esistono i nemici, chi dice che noi siamo i Buoni e Loro i Cattivi? Chi dice che Dio è dalla nostra parte? Ma non è questo il post per parlare di questo.
Neo è solo perchè ha scelto. Lui ha ucciso il proprio Dio. Ha distrutto quel codice di valori che gli era stato detto suo e se ne è creato uno nuovo. Da solo.
Non è da pensare che non abbia imparato anche lui la lezione di Schopenhauer (come quella di Leopardi, ad esempio), anzi, l'ha compresa estrememante bene. Ed ha anche compreso un'altra cosa. Ha capito che imparata da sola non fa altro che rendere l'uomo schiavo. L'unica vera ribellione alla natura è il comportarsi in modo stupido.
Stupido è l'eroe. Colui che, pur sapendo di agire contro il proprio interesse, scegli di agire comunque. Neo sa che sarebbe molto più facile cedere a Smith e non ribellarsi ad esso. Perfettamente uguale a tutti, con i propri occhiali scuri agli occhi, a coprire anche quell'ultimo barlume di singolarità che viene dal colore dell'iride.
Eppure continua a prendere i suoi cazzotti, a provare dolore, a rialzarsi pur avendo gli abiti ormai completamente sporchi di fango.
Perchè, perchè persiste?
Persiste perchè è l'unico modo che possiede per potersi sentire libero. Per poter sperare che la propria vita non sia una semplice equazione, quanto mai un frattale, lo splendido disegno di un sistema dominato dal caos, dall'imprevedibilità.
Ma cosa viene da tale caratteristica? Quali sono i vantaggi, ammesso che ve ne siano, certo.
Non sono io a dovervelo dire, per due motivi.
Uno. Non mi è dato sapere questi motivi e tuttora sono in cerca di una vera risposta.
Due. Non è un valore universale. Ma, al pari di Neo, ognuno deve ritrovare il motivo per togliere i propri occhiali da sole. Ed ognuno avrà il suo. Perchè se tutti li togliessimo per lo stesso motivo, sarebbe stato lo stesso non toglierli affatto.

martedì 12 giugno 2007

E anche la quinta se ne va...

Eh già, anche io non riesco a sottrarmi alla necessità di scrivere qualcosa sulla fine della quinta. Direi che è assolutamente normale, in fondo: cinque anni di vita non possono passare così, sottovoce, in punta di piedi. Non possono essere relegati in un buio sgabuzzino, e meritano quindi anche loro una qualche considerazione, che non necessariamente deve essere positiva o negativa a priori, anche se la migliore considerazione credo di averla espressa con i gavettoni e le taniche di acqua rovesciate sulla schiena di Sid e in faccia a Bambom. Già. Quei momenti li ho in testa come i titoli di coda di Band of Brithers. Vari spezzoni a rallentatore, gente felice, ragazzi e ragazze che urlano congelati dall'acqua che entra sotto i vestiti, ma in fondo contenti. Contenti di sapere che si può scherzare con i propri amici, così come si viene bagnati sapere di poter bagnare senza dover temere un conflitto diplomatico.
Contenti, insomma.
Contenti come lo si era alla cena di lunedì. Che bello chiudere così. Cenare, alzarsi da tavola con la pancia piena, la cintura che un po' stringe, giorni di preparazione e ore di fatica ricompensate dai sorrisi e dalle risate della bella compagnia a tavola e dai sorrisi tra commensali.
Chiudere cinque anni così. Alzandosi per andare alle macchine con la paura che gli altri si accorgano che l'occhio destro si sta leggermente arrossando e quello sinistro sta già luccicando un po' troppo. Con la paura che qualcuno chieda se tutto è a posto.
Tutto bene. E' solo la vita. Arrivare a rendersi conto che la vita è meravigliosa per le sue contraddizioni. Arrivare in quarta che si odiava quell'ammasso di persone, che le si disprezzava. Arrivare in quinta che tutti erano cambiati, qualcuno lo si aveva ritrovato, qualcun altro era andato perduto. Quel gruppo. Ebbene, è stato con questo in mente che ho bevuto anche io il brindisi. Già, l'ombra del fondo di un bicchiere, ma ho bevuto il brindisi.
"Ipocrita, falso: dici una cosa e ne fai un'altra"
"Bere ti fa entrare in gruppo"
"Rinunci a te stesso, bravo!!"
Sì. L'ho fatto. Io ho scelto di bere, e questo non denigra la mia scelta, ma la deve salvare.
Io ho scelto di fare parte di quel gruppo. Solo alla fine, provare a farne parte.
Provarlo a tutti, a costo di scendere a patti con le mie morali.
E sapete che c'è? Poichè il banco di prova delle nostre scelte è il rifare le stesse scelte, vi giuro che berrei ancora, ancora e ancora, perchè sebbene in cinque anni abbia sentito troppe volte "potresti sorridere più spesso, giusto per farci capire di che umore sei", sappiate che ho sorriso per davvero, solo perchè ero felice, solo perchè erava voi a farmi sorridere.
Non posso prevedere quanto resterà di questo gruppo che era la mia classe o le mie amicizie, ma ciò che so è che questo liceo è stato per fondamentale.
E per questo, a chi più a chi meno, dico grazie.

martedì 5 giugno 2007

L'oscuro signore e Clizia

C'era un tempo, in un mondo ormai molto lontano, anni e anni fa, una bellissima ragazza. Il suo nome era Clizia, poichè le genti colte che l'avevano cresciuta conoscevano la mitologia degli antichi Greci ed avevano scelto tale nome in memoria della donna amata da Apollo, il quale aveva poi trasformato in girasole, scegliendo poi questo come suo fiore. La felicità era la sua vita e le lacrime non avevano mai dovuto sfiorare il suo volto.
Ma il popolo di quelle genti fu sconvolto da una terribile guerra, che portava tenebre e ignoranzia, disperazione e delinquenza. Tutti i nobili valori che avevano difeso cadevano assieme ai cavalieri che combattevano in guerra.

Uno degli ultimi cavalieri, osservando Clizia ridere serena con i suoi amici, decise di chiedere al Gran Consiglio di poter fuggire e portare con sè la ragazza al fine di proteggere lei e quanto di bello ed innocente ancora esistesse nel loro minacciato mondo.
Il Consiglio si riunì, passò interi giorni a discutere sulla possibilità di salvare Clizia e alla fine decise: il cavaliere avrebbe dovuto preoccuparsi di difendere il suo mondo piuttosto che provare a salvarlo: fu quindi accusato di tradimento e cacciato al pari di un vigliacco da quel mondo felice.

Il cavaliere si ritirà tra i monti, fuggendo a quella terra che l'aveva ripudiato.
La guerra distrusse quanto di bello e felice era rimasto nella terra di Clizia. Quando tale voce raggiunse anche lo sperduto giaciglio del cavaliere, questo decise di tornare tra gli uomini e cercare la ragazza che aveva suggerito di difendere.
Camminando tra gli uomini non venne riconosciuto; veniva anzi scambiato per un personaggio sospetto e pericoloso, un oscuro signore venuto da chissà quale terra barbara per chissà quale losco motivo.
Trovò, dopo lungo errare, la ragazza ormai donna che andava cercando: la trovò adulta, segntat dal tempo, dalla violenza e dal dolore. La fermò e le chiese se lei era proprio Clizia. Lei annuì.
"E dimmi Clizia, in tutto questo tempo cosa è successo?"
"La guerra ha distrutto il mio mondo. Mi ha strappato i miei affetti, i miei cari"
"Hai pianto?"
"Non ho ormai più lacrime tante ne ho versate al suolo"

Udita tale frase, l'oscuro signore cadde in ginocchio e là rimase, ai suoi piedi. Il volto tra le mani. Lanciò un lungo urlo. Si rialzò e scappò.

Tornato sulla sua montagna, nella solitudine, raggiunse la vetta più alta.
"Perchè? Perchè è dovuto succedere? Perchè non ho potuto evitarlo?
Ma come è possibile che il Gran Consiglio non avesse previsto un'eventualità così probabile".
Contemplò la notte che bussava alle porte dell'orizzonte mentre il crepuscolo accompagnava il giorno verso altre genti... e capì.

Tornò quella notte stessa dalla donna. La trovò a contemplare le stelle.
"Hai più riso?" le chiese
"Solo dopo la guerra ho davvero potuto ridere".

-

Avete mai scritto una bella storia solo perchè è tale?

lunedì 4 giugno 2007

Il coraggio dell'eroe

Chi è l'eroe? Secondo una definizione di Leopardi (che forse era uno che aveva capito qualche cosa), l'eroe è colui che sceglie di compiere un'azione dalla quale non ricaverebbe assolutamente nulla, sul piano meramente utilitaristico. Ricava unicamente una cosa (e questo lo aggiungo io): la possibilità di guardarsi allo specchio e, contemplando le proprie cicatrici, rendersi conto che rifarebbe esattamente lo stesso, se avesse la possibilità di tornare indietro nel tempo.

Chi sono stati gli eroi? Gli eroi erano gli Spartani delle Termopili, che in 300 coprirono la ritirata agli Ateniesi contro 1 milione di Persiani.
Eroi erano Niso ed Eurialo, insieme fino alla morte.
Eroe era Dionisio, quando non esitava a lanciarsi contro Enea protetto da Venere.
Eroi... personaggi affascinanti, se presi all'interno dell'intero racconto che i grandi poeti e letterati sono stati abili a creare al pari di uno scudo per proteggere i loro nomi dal Tempo.

Ma esistono ancora gli eroi? Sì. Ognuno di noi può essere un eroe.
Qualcuno lo diventa non appena sceglie di fare qualcosa perchè lo ritiene giusto, sacrificando il proprio tornaconto.
Ogni persona può essere un eroe nell'esatto momento in cui si confessa ad una persona della quale è innamorata, sapendo perfettamente di non essere ricambiata.

Prima ho miseramente mentito. Generalmente i veri eroi non hanno la possibilità di osservare le proprie cicatrici allo specchio, poichè in generale il vero eroe è quello che muore per la scelta che ha fatto. Così anche chi si confessa: non pensi a quanto meglio di sentirà dopo, poichè se ci si concentra solo sul post, non si sceglierà mai di essere eroi.
Chi sceglie di intraprendere questa ardua via, si concentri piuttosto su tutte le fortissime emozioni che sentirà mentre si avvicinerà al proprio drago, bardato in una splendida armatura forgiata dal desiderio di Sincerità e dalla Disperazione; si concentri sul momento della corsa, e non sulla meta. Si concentri sul suo presente e, soprattutto, si concentri sul proprio Coraggio, poichè sarà quello che, anche se solo per un attimo, vi avrà reso unici e maestosi.

Essere eroi non è essere stupidi. Non per gli eroi stessi.

(Monumento ad un eroe mio amico)

Il ballo è un'arte

Sembrava una serata troppo lontana dalla maturità e al contempo troppo prossima a questa: una di quelle serate che passi a chiederti come fare per arrivare fino a quella maledetta data e pensare poi a tutte le cose che farai subito dopo, invece...
Casualmente leggo le mail e tra i commenti un Anonimo lascia scritto: "Il ballo è un'arte? Anche disegnare lo è, ma questo non vieta alla gente che non lo sa fare tanto bene di farlo, pur senza risultati particolarmente eccelsi".
La frase mi ha lasciato a riflettere a lungo (oltre al fatto che credo, ma sottolineo credo, di essere riuscito a capire chi è l'anonimo).

Devo ammettere di aver scritto una cosa in maniera incompleta. Ho sì scritto che il ballo è un'arte e ho anche scritto che il ballo che viene fatto in discoteca o alle feste è un'offesa a tale arte.
Tuttavia non ho mai fatto un parallelo con il disegno, per intendere la possibilità di PROVARE a ballare comunque, anche se senza risultati eccelsi.
Il problema è questo. Quando le cose si fanno, o le si fa per bene, o non le si fa.
Ballare come si balla in discoteca non è altro che un banale esercizio ginnico, praticato oltre al resto in uno spazio particolarmente affollato in condizioni decisamente inadeguate.
E questo atteggiamento è lo stesso usato da milioni di persone, che non hanno la minima voglia di provare ad approfondire quello che potrebbe essere uno splendido interesse per motivi che a me molte volte sono assolutamente ignoti o che, in alcuni casi, ho già elencato.
Nessuno ha la voglia di provare a fare le cose davvero per bene, provando a considerare l'idea di spendere un po' del proprio tempo, un po' delle proprie energie, provando per una volta a realizzare qualcosa di semplicemente bello, in quanto hanno provato ad appronfondire un argomento giusto un attimo oltre quello che è il semplice provare.
Non si può più provare a fare le cose per bene: si rischierebbe di scoprirsi speciali! Oh, mio Dio, che paura!

Ora voglio fare una piccola aggiunta: sia ben chiaro che tutto quello che è stato scritto qui, in questo post come in questo blog, non è stato fatto con l'intenzione di costruire un monumento a me stesso (anche perchè molto sinceramente non lo merito), ma al fine di provare a mettere qualche riflessione. Forse un occhio un po' estraneo al mondo come generalmente si sta costituendo nella sua massificazione potrebbe aiutare a riflettere.

Quando ho detto che il ballo è un'arte e come tale va trattato, intendevo dire che la cosa più BELLA da fare nei confronti del ballo è provare a farlo come è stato pensato per essere fatto, e non in un modo rozzo, scoordinato e praticamente improvvisato.

domenica 3 giugno 2007

La delusione per Beatrice

Chi si ricorda chi era la donna tanto amata e cantata dal sommo Dante? La stessa che aveva il salvifico saluto che, per una questione di "fedeltà tradita" arrivò a togliere al poeta, il quale sbarellò completamente? Esatto! Beatrice!
Poiché la mia vicenda risulta sotto certi aspetti richiamare la breve (e spero efficace) descrizione fatta prima, prenderò in prestito alla dama il suo bel nome e lo utilizzerò per riferirmi ad una persona che ha avuto e tuttora ha un certo peso nella mia vita.
Ha un peso per il semplice motivo che mi ricorda costantemente quanto è brutto quando si viene svegliati, ma prima ancora, quando si viene traditi miseramente.
Eh già. Dopo quasi due settimane che finalmente cominciavo a considerarmi suo amico, senza la pubblica intenzione di andare oltre, ma nella mente un misero e innocuo sogno di andare oltre la semplice amicizia, vissi un'eterna giornata di assoluta assenza di contatto, durante la quale ero chiaramente ignorato e durante la quale crebbe in me la paura di essere stato offensivo nei suoi confronti, temendo di averla offesa o aver ferito qualcuno dei suoi amici.
Alla sera presi tutto il coraggio che avevo e le chiesi di regalarmi qualche minuto della sua serata: mi concesse tale grazia.
"Visto che oggi non mi hai rivolto la parola, mi chiedevo se era per qualche offesa che io avevo recato a te o a qualche tuo amico??"
"No, è che mi sembra tu stia cercando più di un'amicizia, ed è una cosa che non voglio fare".

Vi è mai sembrato che il tempo si fermi? In realtà è qualcosa che non può succedere. Più precisamente è un'illusione che nasce dal fatto che il vostro cervello sforna milioni di pensieri al millisecondo. Quel maledetto stronzo che è il Tempo non ci degna di regalarci qualche istante. Ce li presta giusto il tempo di viverli con poco interesse, e subito se li riprende. Solo dopo ci si rende conto che quell'attimo poteva essere l'istante decisivo per tutta una vita.

In quel desolato corridoio, alle due di notte, io non feci altro che rispondere
"Ah, va bene" e raggiungere l'ascensore che avevo precedentemente chiamato, entrarvi, aspettare che le porte si chiudessero, e sentire che non mi sentivo triste.
No, a differenza di quanto succede per una persona che viene rifiutata, quella volta mi sentivo furioso, rabbioso, aggressivo: ero stato tradito da una persona alla quale avevo donato la mia fiducia.
E in quell'ascensore, mi ritornarono alla mente milioni di cose, tra le quali, la prima volta.
Non il primo rifiuto.
Non il primo amore.
Ma il mio primo incontro. Con lui. Con il Baratro. E mi resi conto, che stavo per caderci dentro. Di nuovo.
Ma quella volta una maschera mi salvò.
Mi sono aggrappato all'orgoglio di quella maschera per quasi nove mesi.
Alla fine riuscimmo a parlarci di nuovo, grazie ad un nostro comune amico.
"Scusa, ricominciamo, ..."
Passarono due giorni. La ritrovai una mattina. La salutai, dopo nove mesi che l'avevo ignorata, facendomi invisibile a lei o rendendo lei tale.
Ma nulla era cambiato.

Sentivo ancora il dolore del tradimento, e vederla sorridere non mi faceva pensare ad altro che ai sorrisi che mi aveva negato quella dannata giornata. Non riuscivo a pensare che quella notte nell'ascensore potesse davvero essere lasciata alle spalle. No.
E infatti è proprio così.
Una cicatrice non può essere cancellata. Non siamo, purtroppo, come dei computer con dei capienti dischi rigidi. Nella nostra mente non si può sperare di inserire e cancellare un file semplicemente bittandolo nel cestino. Tutto ciò che viene scritto resta, indelebile. Il tempo può sbiadire il segno, ma se la forza con la quale questo è stato scritto era sufficiente, il Tempo non vincerà mai.
L'unica soddisfazione è pensare che la forza dell'incisione deriva dall'intensità delle emozioni provate, che non è determinata unicamente dalla tragicità di queste.

venerdì 1 giugno 2007

Perchè alle feste bevete?

Domanda che in generale nessuno si pone, per un semplice motivo: l'abbiamo sempre fatto, e non solo ragazzi della nostra età, ma noi inteso più generalmente, come Noi Uomini, essere umani. Resta comunque il fatto che alcuni di noi non reggono l'alcol (come diamine lo si debba scrivere), chi per motivi biofisici, chi per altri.
Io appartengo ad entrambe le categorie: non lo regge il mio fegato e non reggo l'idea di bere.
Per quale motivo questa scelta, oltre all'evidente motivazione riguardante le cause biologiche (che forse hanno anche una base volontaristica...)? La risposta ha subito una piccola evoluzione nel tempo. In effetti, originariamente, consideravo il bere semplicemente come una debolezza, un'incapacità delle persone di riuscire a partecipare ad una riunione con fini festosi come essi stessi sono e mascheravano questa loro debolezza ubriacandosi, per fare in modo che l'alcol potesse mostrare al mondo i loro caratteri più intimi, più divertenti, riducendo il potere frenante dei filtri che ogni giorno la società impone per garantire una civile convivenza. Tale visione portava con , sotto certi aspetti, una specie di giustificazione, un po' come dire "non lo faccio perché non mi va, ma non per questo non potete farlo voi".

Ormai l'idea di fondo ha subito una chiara modifica: non si tratta più di mascherare un'incapacità, di ridurre i freni dei filtri, no. Si tratta di alterare volontariamente la propria personalità trasformandola ancora una volta in qualcosa di "standard", qualcosa di assolutamente prevedibile, qualcosa di assolutamente indistinguibile dalla massa, in modo da poter partecipare alla festa sapendo che non si dovrà avere paura di essere considerati differenti (e di nuovo ritorna l'argomento delle maschere, per i miei più appassionati lettori). Bevendo ci si limiti all'interno di una serie di comportamenti idioti, ma proprio per questo assolutamente prevedibili, noti e che non intimoriscono gli altri partecipanti, consci anche loro che potrebbero essi stessi darsi a comportamenti del genere.
E' per questo che quando si vedono ubriachi o fumati, alle feste, non ci si insospettisce troppo e si accetta la situazione con la forza della rassegnazione. "Si sapeva che sarebbe finita così", la più classica delle frasi che ho sentito alle feste.

Bene. Qui, come al solito, io dovevo fare qualcosa di diverso, altrimenti non ero più io, no?
Dall'alto delle mie tre maschere, indosso la più adeguata ad affrontare queste situazioni e partecipo alle feste in modo vario, mai uguale. Talvolta mi ritiro in solitudine a elucubrare macchinazioni psicologiche pazzesche, altre volte mi dò al divertimento senza curarmi della possibilità di essere giudicato, ma il tutto rigorosamente da sobrio. Ed ogni volta che mi guardano e commentano ad alta voce dicendo: "E' sicuramente ubriaco", sorrido pensando al fatto che coloro che stanno commentando sono invidiosi.
Invidiosi del fatto che sanno perfettamente che io non bevo e in quell'esatto momento non ho nemmeno una goccia di alcol nelle vene, eppure mi vedono fare cose che loro non avrebbero mai e poi mai il coraggio di compiere in condizioni biologiche normali.
E da qui costruisco il mio piccolo piedistallo, di colui che non vuole rinunciare alla possibilità di scegliere che fare, che accetta di dedicarsi all'eccesso, ricordandosi di averlo fatto, o che accetta l'idea che in quell'esatto momento non ha intenzione di condividere la "gioia" del momento, e si ritira.
A ciò si aggiunga che da quando mi sono dato alla fotografia, ho scoperto un ottimo sistema per osservare queste realtà e tenermene a distanze infinite. Basta osservare le feste dal mirino delle fotocamere: nessuno noterà il tuo volto malinconico.
Eh già, ragazzi miei. Io alle feste non mi diverto, perché sono solamente uno spreco di tempo, in quanto si passano ore a non fare assolutamente nulla. Fotografare è uno dei modi che io ho trovato per salvarmi, ma ne esistono molti altri, come ad esempio organizzare l'evento stesso o, più semplicemente, dedicarsi alla gestione della musica come a qualsiasi altra cosa che eviti il nullafare.
Mi direte: "Ma alle feste è bello perché si incontrano tante persone e perché si balla!", e io vi risponderò: "Belli come incontri! Generalmente la musica è così forte che non solo faccio fatica a sentire la voce di chi mi sta parlando, ma a stento sento la mia, quindi, che grandi conversazioni. Se poi a ciò aggiungiamo l'alcol, beh...
Infine, il discorso del "si balla": quello che fate alle feste NON E' BALLARE! E' muovere il corpo illudendosi di seguire un ritmo, agitando il bacino a facendo ondeggiare a caso le braccia. Il ballo è un'arte e come tale va trattato. Il ballo consiste in una preparazione e in un'esecuzione ed è proprio in questi due momenti che si ritrova tutto il fascino che lo caratterizza e tutta la soddisfazione che da questo può derivare.

Vi preoccupa il mio atteggiamento? Vi sono sembrato vecchio anni-luce, quel classico nonno che inizia tutte le sue frasi con "Ai miei tempi..."?
Ho un'importante cosa da ricordarvi! Questa è un'analisi oggettiva (nel senso che non dovete fidarvi del mio parare - altrimenti avrei scritto obiettiva - ma che potete constatare voi stessi) di ciò che è la festa generalmente intesa. Quindi, quello che deve preoccuparvi non è il mio atteggiamento, ma la vostra concezione di divertimento.

giovedì 31 maggio 2007

Due immagini

Aggiungo solo per voi due nuove (più o meno) creazioni.
Vale sempre la solita filosofia.

Simply a shadow? ...
questa mi piace particolarmente, e pensare che è bastato giocare con il canale alpha. Considerando che è nata praticamente per caso...

E una seconda

Nature rules, again ...
Questa invece già mi piace un po' di meno, ma è comunque uno dei miei primi esperimenti di matte painting, quindi... abbiate pazienza

Sfogo sulla Qualità e note per un futuro artista

La discussione non verterà propriamente sulla Qualità fine a sè stessa, ma più precisamente sul livello raggiungibile. Una piccola definizione è comunque necessaria.
La Qualità è quell'elemento caratterizzante un prodotto o creazione che lo contraddistingue. Il suo contrario è la quantità e maggiore è la qualità, più difficilmente riproducibile e preziosa è la creazione, anche in relazione all'impegno che si è reso necessario a tale scopo.
Ma, come detto, la discussione è più sulla qualità come elemento raggiungibile.
Scopriamo le carte, è inutile continuare a nascondersi. Questo post ha un chiaro intento di accusa, quindi evitiamo di continuare con la trattazione filosofica e falsamente obiettiva.
L'intenzione è di accusare tutte quelle persone che vogliono mostrarsi come professionisti per il semplice motivo che hanno imparato ad usare un programma un pelo sopra le capacità medie delle persone.
Non prendetemi in giro. Solo perchè siete in grado di correggere gli occhi rossi con Picasa non significa che siate grandi fotografi. Questi individui sanno evitare gli occhi rossi nelle foto, senza dover andare a toglierli in post-produzione (sempre che sappiate che significa).
Non provate a fare i pro quando non avete nemmeno mai preso in considerazione l'idea di spendere più di una sera a studiare un manuale su di un programma davvero difficile da imparare.
Non cercate di mascherare le vostre carenze nascondendovi dietro una barca di termini inglesi con i quali state chiaramente dicendo "Io sono il grande Dio e tu non capisci niente": la verità è che avete una conoscenza assolutamente superficiale di tante cose, ma appena si tratta di fare qualcosa davvero per bene cadete come merde per lo scarico.
Non fingete di saper maneggiare attrezzature che a malapena sapete come accendere.

La cruda realtà del mondo della grafica è questa: richiede due cose estremamente preziose, ovvero tempo e soldi.
Non ci potete scappare e se non vi rendete conto che dovete sacrificare le vostre serate passate ad ubriacarvi, non riuscirete mai ad andare oltre alla semplice fotina ridicola, davanti alla quale forse i vostri amici canteranno le vostre lodi, ma un professionista si metterebbe a ridere.

Prendete nota infine di questo.
Dal momento in cui arriverete ad appassionarvi davvero al mondo della grafica e dintorni, dovrete affrontare la seconda difficoltà: le persone.
Apparirete strano, diverso e finirete con il non poter condividere la vostra passione se non con pochissimi eletti.
L'unica soddisfazione verrà dal poter vedere nascere il sorriso sul volto dei vostri più cari amici, quando regalerete loro qualcuno dei vostri lavori.

Beh, se continuo a studiare in questo campo, è solo per quei sorrisi.

I caduti

Veniamo allora cacciati dal mondo, accusati di essere pazzi, malati o strani. Pericolosi cani rabbiosi, che non devono avvicinarsi agli uomini veri, quelli che hanno capito.
E ci lasciano là, distesi, moribondi, come se un proiettile ci avesse passato da parte a parte senza danneggiare il cuore.
Ci rialzeremo.
Non medicheremo la nostra ferita e la lasceremo sgorgare tutto il sangue che abbiamo, lasciando che macchi copiosa i nostri abiti.
Torneremo allora in mezzo a quei bastardi, ai nostri aguzzini.
In mezzo a loro ci esibiremo, dall'alto della consapevolezza di chi ha visto troppe cose per non aver affrontato anche la paura, e scruteremo le loro città.
Le troveremo abbandonate, distrutte, invase dalla polvere. In mezzo all'erba bruciata dalla calura scorgeremo i loro cadaveri, custoditi da silenziosi demoni che chiedono perdono e invocano una secondo possibilità, squarciando il cielo con strazianti urla che supplicano una redenzione, un perdono. E allora, solo se vorremo noi, a qualcuno di quei demoni noi porgeremo la mano, offrendo loro quello che chiedono.

(I caduti ...)

Le maschere (quelle che alterano) 2 di 2

Questo post va considerato in relazione al suo precedente, ma viene redatto separatamente in quanto tratta di argomenti abbastanza differenti, pur nascendo dalla stessa base.
Qui parlo dei "personaggi".
Chi può essere definito come tale? Una descrizione fisica, in linea di massima, deve rispettare le seguenti caratteristiche:
- occhiali da soli (generalmente firmati) sempre agli occhi
- cuffie Apple che SEMPRE spuntano dalla tasca
- borsa a tracolla
- sigaretta alla bocca
- (non indispensabile, ma frequente) sciarpa o felpa usata in sostituzione
- faccia particolarmente svolgiata
- grande chiaccherone e allegrone.

Tutto ciò ha un preciso scopo: quello di definire un elemento in grado di distinguersi, facilmente riconoscibile anche da lontano, qualcuno che una volta visto, anche in mezzo alla folla, è riconoscibile. Per chi conoscesse la definizione, un dandy dei nostri tempi.
Qualcuno che è assolutamente inquadrato in quell'enorme fagocitatore che è la società e in qualche modo, avendone compreso, anche se solo superficialmente, il funzionamento è in grado di sfruttare le regole nate per omologare al fine di distinguersi.
E' ovviamente una distinzione debole, in quanto è il distinto di un gruppo di omologati.

Ma provando a conoscere un po' meglio individui del genere (che non sono così rari, ve lo posso assicurare), si scoprono cose estremamente interessanti. Quella che più mi colpisce tutte le volte è il fondo di inadeguatezza che queste persone, nell'intimo, provano.
Se presi lontani dai loro gruppi, questi personaggi non sono generalmente stupidi, anzi, dimostrano di essersi, in qualche modo, interrogati sulla propria esistenza, sul proprio mondo ed aver provato in qualche modo a rispondersi.
Si sono molto avvicinati alla definizione di società che io stesso ho dato, ma non hanno compiuto ancora tutte le loro analisi. Percepiscono l'ipocrisia della società e le ristrettezze che questa impone, ma non sono ancora in grado di rifiutarle, in quanto ancora non le percepiscono come qualcosa di scomodo: semplicemente non le percepiscono.
Da che cosa si nota che sono ancora attaccati alla loro società? Dal fatto che non riescono a staccarsi dalle loro abitudini (compagnie, bevute, "frivolezze [?]"). Ciò nonostante, in momenti che potremmo definire epifanici, si rendono conto che sono abitudini sterili, inutili e che non portano assolutamente a nulla, se non ad un divertimento che non sentono propriamente come loro, ma del quale si convincono di non poter fare a meno.

Quella del personaggio è quindi una maschera alterante, ovvero costringe il suo possessore ad accettare e compiere azioni che non sempre sarebbe disposto a sopportare o compiere egli stesso. Ma essendo una maschera costringente, qualcosa che forza la natura intima, non sta molto comoda sul volto. Del reste, dal primo momento in cui questa ha cominciato a staccarsi, per quanto nastro adesivo e colla si arriverà ad usare, prima o poi ritornerà a staccarsi.
Riprendendo la filosofia pirandelliana, una volta che si vede il flusso vitale non è più possibile tornare indietro.
Quando ci si rende conto che qualcosa ha una mancanza, una pecca, si possono fare tutti gli sforzi immaginabili per provare ad accettarla, ma ci si ricoderà sempre che una pecca esiste.

A quanto ho visto io questi personaggi non evolvono troppo dal loro stato: conviveranno sempre con i loro momenti di inadeguatezza, senza mai arrivare a proporsi di risolverli.

Le maschere (quelle che nascondono) 1di 2

Forse tutti, almeno una volta nella propria vita, hanno desiderato potersi presentare al mondo non per quello che sono, ma per quello che vogliono essere. La soluzione a questo desiderio è comunemente chiamata "maschera", ovvero la possibilità di far apparire una realtà come trasformata rispetto la sua originalità.
In fondo è proprio quello che sto facendo io scrivendo questi post: sto cercando di mostrarmi come vorrei essere.
Ma per quale motivo nasce questo desiderio? Per due motivi, generalmente: o perchè non si è in grado di essere l'oggetto desiderato, o perchè non si ha la possibilità di mostrarsi come si è.
Prenderò in esame la seconda risposta, ovvero quella legata ad un impedimento estreno.
In questo caso, la maschera non altera propriamente la realtà, ma si limita a nasconderne una parte (invece che alterarla). Perchè tutta questa segretezza? Per un motivo (sul quale si è già parlato in "Sul fondo del Baratro - Poesia") che fa di nome società.
Tale "struttura" non è proprio quella di cui parlano personaggi come Marx o ancora prima Locke, ma risulta essere un insieme di persone che ubbidisce ad una serie di "ordinanze" alle quali ognuno dei componenti del gruppo si sottomette, consciamente o meno.
Le ordinanze si costituiscono per permettere a tutti i componenti del gruppo, senza eccezzioni, un'esistenza il più possibile tranquilla, che eviti a tutti di doversi preoccupare, anche all'interno di tale gruppo, di eventuali carenze, mancanze o, forse peggio ancora, meriti e capacità particolare, che causerebbero un allontanamento dal gruppo.

Ma sfortunatamente per il genere umano, gli uomini non sono tutti uguali ed ognuno è caratterizzato sia a livello fisico che intellettuale da forti distinzioni dai suoi simili. Risulterebbe quindi impossibile entrare a fare parte di una società, all'attuale stato delle cose. Com'è possibile che tale società si costituisca?
Semplicemente rinunciando volontariamente al mostrare le proprie differenze. Ecco che le maschere, che i singoli stessi scelgono di portare, cominciano a coprire le differenze, portando a creare individui tutti sempre più simili, fino al raggiungimento di una forta coesione di gruppo.
Ma a lungo andare la maschera si accomoda a tal punto da far sentire il suo proprietario più a disagio nel momento in cui questa non copre il volto. E le maschere finiscono con il sostituire il volto del loro proprietario, il quale arriverà a dimenticarsi di aver, un tempo, scelto di indossare una maschera e, allo specchio, riconoscerà nell'immagine riflessa il proprio volto.

Esistono tuttavia individui che si creano più di una maschera e prendono l'abitudine di cambiarla con una certa frequenza, giusto per non dimenticare qual è il loro volto originario e, soprattutto, quanto dannose possano arrivare ad essere le regole della società.
Ecco che le maschere diventano quindi un gioco, la possibilità di prendere in giro il mondo e tenersi abbastanza vicini a quello che è il proprio vero volto.

Ma allora, perchè non rinunciare completamente alle maschere? Perchè non evitarle e tenersi il proprio volto? A questa domanda aveva provato a rispondere Nietzsche, e in maniera abbastanza simile anche Pirandello, entrambi partendo da un presupposto: il vero volto dell'uomo non ha forma (non credo usassero queste parole, ma il concetto è abbastanza simile), poichè è il contemporaneo presentarsi degli opposti, l'odio e l'amore verso la medesima persona, il dolore e il piacere che vengono dallo stesso atto. Questa assoluta mancanza di forma è però estremamente pericolosa per due motivi. Porta innanzitutto all'instabilità del soggetto, il quale si ritrova perennemente combattutto tra opposti ed è costretto a portare tutto verso l'eccesso (nel tentativo di toccare almeno uno dei duo opposti) e, in secondo luogo, porta alla solitudine.
Ovviamente, in quanto l'instabilità è la più grande paure per la società, la quale non può accettare qualcosa di diverso, figuarsi qualcosa che continuamente cambia e che ogni volta deve essere esaminato per poter essere definito pericoloso o accettabile.

Posso assicurare che, personalmente, non credo di aver mai veramente raggiunto un qualche estremo, ma personalmente sono sicuro di essermi creato più di una maschera, e confermo che le tengo tutte quante spolverate.
Questo è quello che invito a fare chiunque abbia avuto la pazienza di leggere fino a qui questo post che, a dire il vero, dovrà essere ripreso ed approfondito.

"E quando in certe anime particolarmente intelligenti e delicatamente organizzate balena l'intuizione della loro molteplicità, quando, come fa ogni genio, esse infrangono l'illusione dell'unità personale e sentono di essere pluriformi, di essere un fascio di molti io, basta che lo dicano e tosto la maggioranza le imprigiona, ricorre alla scienza, fa constatare la loro schizofrenia e protegge l'umanità perchè non debba ascoltare dalle labbra di questi infelici un richiamo alla verità" Herman Hesse - Il lupo della steppa

Sul fondo del Baratro

Ricaduto senza paura o timore, ma accompagnato da una nostalgica rassegnazione.
Dall'arido suolo alzo gli occhi e li volgo in alto, cercando di sottrarli alla morsa delle fitte tenebre che, costantemente, cercano di chudermeli.
Cerco i rimbalzi di qualche luce che ricordo venire dalle stelle nel cielo.
E così, ansioso, ricomincio a salire, perchè non è lì che voglio stare e mi aggrappo alle scintille che solo rare e uniche emozioni possono creare: le scintille di un sorriso, di un abbraccio... di un bacio.
Ricomincio a salire, perchè sono le stelle che voglio vedere, che voglio tornare a vedere, consapevole, questa volta, di quanto in alto stiano, e ansioso di capire se mai qualche angelo potrà a loro guidarmi.
Ricomincio a salire, mi fermo e mi volto. Lo sguardo al fondo.
Il buio del Baratro non ha paura. Tranquillo, forse malinconico ed ormai rassegnato al mio ostinato comportamento, mi osserva andar via, consapevole che ripiomberò presto tra le sue fredde mani, ma forse speranzoso che, questa volta, possa sfuggirgli ed andarmene senza avergli detto addio, ma sussurrando per abitudine un poco convinto arrivederci.
Non mi fermo più. Non voglio fermarmi. Prima o poi scorgerò, nel buio, il movimento di una farfalla. E io, dall'alto del mio appiglio cercherò di toccarla per stringerla, consapevole che dovrei guidare entrambe la mani al vuoto.
Lo farò, perchè sebbene, solo per un attimo, un misero istante, durante il quale sapevo che nessuno sarebbe stato a sorreggermi, io avrò volato.
E poi la caduta, lo schianto, il sangue... non la morte. No, quella sarebbe arrendersi, e il Baratro, che mi vorrebbe amico, sa e teme che io possa stufarmi di fuggire ma non di non volergli appartenere.
Non ha da temere, il mio vecchio nemico. Sappia che non smetterò, e se avessi avuto ali per volare via, le avrei stracciate io stesso. Perchè?
Perchè non si può volare alle stelle e capirne al contempo la meraviglia, no...
Bisogna prima aver toccato il fondo del baratro, averne saggiato la tetra freddezza. Solo allora si avrà compreso e solo allora, chiunque rinuncerà alle ali.
Perchè per ogni caduta, ogni schianto, ogni goccia di sangue, c'è stata, prima, una scintilla.
(Sul fondo del Baratro ...)
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Una bella poesia, o almeno è ciò che pensio io a riguardo di questa composizione, scritta abbastanza tempo fa, in un momento adesso abbastanza lontano, ma non per questo dimenticato.
Il messaggio che vorrebbe passare è abbastanza complesso. Consta di due punti, sostanzialmente.
Il primo è un concetto piuttosto hegeliano, ovvero la conoscenza procede in modo dialettico fondandosi su tre elementi: la tesi, l'antitesi e la sintesi.
Il secondo messaggio riguarda quello che nella poesia è il Baratro: nel mio caso rappresenta la società (non la degnerò di una maiuscola), intesa come quella "struttura" che cerca di mangiare gli uomini nella loro individualità con il fine di renderli qualcosa di assolutamente omogeneo.
La società, in buona sostanza, cerca di mangiarsi le differenze, trasformando tutti nel modello di uomo che i costituenti della medesima si propongono e trasformando in pazzie e psicosi le differenze di coloro che non cedono al processo di omologazione.

La nuova poetica

Istruttore: "Signor X, secondo lei, con questa metafora, il poeta che cosa voleva comunicare?"
Istruito: "Secondo me il poeta volevo comunicare la propria gioia di vivere, come possiamo notare dal riferimento alle rondini, al sole e ai fiori"
Istruttore: "E invece si sbaglia, signor X, in quanto, come anche lei può notare, il poeta fa riferimento alle nuvole, concentrando su queste la sua attenzione per sottolineare il suo odio per l'esistenza"
Istruito: "E' vero, ma le nuvole sono menzionate in relazione al fatto che se ne stanno andando, lasciando che la luce raggiunga i fiori e gli altri elementi prima elencati"
Istruttore: "Ma signor X, vede per caso scritto da qualche parte questo? Vorrei proprio capire cosa le fa pensare tutto questo. Inoltre, se lei fosse uno studente impegnato, avrebbe letto le note e il commento, e avrebbe anche capito come questa poesia va letta".

Sembra una normale interrogazione, condotta tra un professore e uno studente. Tutti hanno vissuto l'esperienza di un "no" pronunciato da un professore, nel momento in cui si viene interrogati su di un quesito che ci costringe a proporre la propria opinione (anche come salvezza, in quanto non si sa la "Risposta").
Eppure, nel momento in cui si propone un'interpretazione, si viene bruscamente "bloccati" con un osservazione del tipo: NO, NON E' COSI'! Il poeta non voleva dire questo.
Ma scusatemi l'osservazione: se il poeta è morto o comunque non ha scritto niente per dire cosa volevo che la poesia fosse, chi è che è riuscito a comprendere così alla perfezione il suo pensiero?
Nessuno ha la capacità di comprendere appieno l'idea che lo stesso poeta aveva sviluppato al momento di realizzare il suo componimento, e non è un'opinione mia, ma una teoria (abbastanza valida, aggiungerei) che sostenevano personaggi come Kant, o, più recentemente, Bergson. Insomma, non erano certo gli ultimi arrivati.

Eppure la situazione è questa. Ci insegnano che la poesia non è descrizione, ma suggestione, e poi se ne saltano fuori con frasi come "No, non hai capito. Il poeta intendeva un'altra cosa".

Bene.
Propongo oggi una mia piccola rivoluzione, che forse assumerà più che non altro i tratti di una rivolta, che non vedrà mai un nuovo mondo, ma solo l'umido fondo del baratro dell'abbandono e della dimenticanza, ma fa lo stesso.
Propongo una serie di opere che verranno interpretate dal loro autore stesso con: SECONDO ME, che sonocolui che la creata, QUESTA IMMAGINE RAPPRESENTA QUESTO, MA, se secondo VOI, ha un significato diverso: VA BENE LO STESSO!!!


(Do not what watch, just feel it; ...) seguendo l'esempio di Debussy, che non scriveva i titoli delle sue opere all'inizio, ma alla fine, con accanto dei ... per indicare la possibilità di cambiarlo