In periodo di maturità è normale pensare ai voti. Pensare alle scorrettezze, ai regali, ai professori tirchi e quelli che regalano tutti. Ma limitarsi a questo non è che un'attività sterile. Molto meglio provare a scendere un po' più in profondità, provare a capire perchè quando vengono assegnati dei voti molte persone restano deluse, altre percepiscono qualcosa di marcio, altri si compiacioni di essere stati premiati per cose che non avevano fatto.
Cosa vuol dire dare un voto? Innanzitutto, significa creare uno schema valutativo unico e applicarlo a tutta una serie di lavori consegnati da diverse persone.
All'interno di questa operazione, questa così semplice operazione, si riscontrano subito 2 incongruenze, due... "bestemmie". Due insulti.
Innanzitutto, si cerca di applicare uno schema oggettivo per valutare in tale maniera una serie diversa di lavori. La domanda è: come può una persona creare uno schema veramente oggettivo? Non è possibile. In qualche modo, metterà sempre qualcosa di suo, a meno che non sia ridotta ad una macchina, ma ciò non può succedere. Di conseguenza, tale schema non può essere veramente oggettivo (trascendentale in senso kantiano sarebbe la più adeguata definizione), ma questo è comunque il meno offensivo dei due insulti.
Quello veramente offensivo è il seguente. Usare uno schema per un insieme di persone significa considerare tutti i lavori esattamente uguali uno all'altro. Ma con questa operazione, in realtà, si stanno considerando uguali anche i creatori di quei lavori. Si sta in buona sostanza rinunciando all'individualità delle singole persone che hanno lavorato al loro singolo lavoro. In questo modo si stanno volontariamente tralasciando tutte le componenti che rendono unico ogni lavoro, prime fra tutte l'impegno. Sarebbe impossibile tenere presenti tutti questi elementi che stanno alla radice di ogni lavoro all'interno di un voto, anche perchè provare a tenerne conto risulterebbe a sua volta una schematizzazione (e omologazione) di qualcosa che è unico e irriproducibile.
Giudicare qualcosa significa osservare un prodotto staccandolo da quello che è il suo creatore e lasciare che la propria simpatia esprime il commento di chi sta correggendo. Se la simpatia trova qualcosa che in qualche modo la dispone positivamente, il commento sarà buono, altrimenti si esprirmerà in senso negativo.
Ora, per esprimere un parere bisogna essersi guadagnati la posizione tramite il merito per permettersi di parlare, ma sinceramente credo di avere una posizione che mi permetta di abbastanza su questo argomento. Con i miei voti mi sono ritrovato unicamente con un grande amaro in bocca quando altri avrebbero fatto carte false per averli. Mi sono reso conto che un voto non fa che lasciare un'insoddisfazione, in quanto riduce a qualcosa di assolutamente commercializzabile (applicare un voto non si differenzia troppo da applicare un'etichetta con un prezzo) qualcosa che il suo creatore riteneve unico e senza prezzo.
E' per questo che la creatività non deve essere valutata, ma unicamente commentata, per cercare di comprendere quale valore aveva per il suo creatore e sperare che assuma una certa importanza anche per chi la osserva.
E' impossibile cercare di comprendere l'idea di qualcun altro, poichè solo colui che l'ha concepita avrà modo di averla chiara in testa come essa è nata. Chi cerca di comprendere sta solo costruendo una sua idea seguendo delle indicazioni di un altro.
martedì 26 giugno 2007
mercoledì 20 giugno 2007
Ma tanto va tutto bene
Già, va tutto bene. Così mi scrivono ogni tanto.
Ve lo dirò chiaramente, questa maturità è iniziata bene, ma proseguirà male e mi impegnerò affinche finisca nel modo migliore.
Oggi ad italiano: 3h 15m. E' ovvio che quando mi danno un saggio sulla nascita della scienza moderna e uno alla tesina porta la morte di questa, ha delle semplificazioni.
Ma domani non ci sarà la tesina ad aiutarmi. Ma sinceramente, comincio davvero a non curarmene più. Mi impegnerò per tenere la stessa tranquillità che avevo oggi, bevendo il mio thè e mangiando quella squisita nutella.
Ormai non penso alla maturità che come alla chiave per comprare il macbook e guadagnarmi una settimana di riposo. Quello vero.
E' ovvio che quando vengono a scriverti, va tutto bene, a uno vengono cinque minuti e viene da scrivere sul blog. Gente che non capisce. Questo è stata la costante della mia vita. O forse, cosa più probabile, io che non riesco a farmi capire dalla gente. Ma oramai hanno ragione anche loro. Va tutto bene. Già, perchè probabilmente dopo questa maturità non resterà che il ricordo di me, che sparirò tra le nebbie della Lombardia.
Non va tutto bene. E ora come ora non lo andrà. Ma se questo l'ho ormai accettato per la maturità, faccio tuttora fatica ad accettarlo per altre cose. Per l'esattezza una. Non è Maya, quindi avrete capito di che si tratta, anche se capito forse è una parola forte, soprattutto se detta da me e su questo blog.
Ma va bene così.
Va tutto bene.
Ve lo dirò chiaramente, questa maturità è iniziata bene, ma proseguirà male e mi impegnerò affinche finisca nel modo migliore.
Oggi ad italiano: 3h 15m. E' ovvio che quando mi danno un saggio sulla nascita della scienza moderna e uno alla tesina porta la morte di questa, ha delle semplificazioni.
Ma domani non ci sarà la tesina ad aiutarmi. Ma sinceramente, comincio davvero a non curarmene più. Mi impegnerò per tenere la stessa tranquillità che avevo oggi, bevendo il mio thè e mangiando quella squisita nutella.
Ormai non penso alla maturità che come alla chiave per comprare il macbook e guadagnarmi una settimana di riposo. Quello vero.
E' ovvio che quando vengono a scriverti, va tutto bene, a uno vengono cinque minuti e viene da scrivere sul blog. Gente che non capisce. Questo è stata la costante della mia vita. O forse, cosa più probabile, io che non riesco a farmi capire dalla gente. Ma oramai hanno ragione anche loro. Va tutto bene. Già, perchè probabilmente dopo questa maturità non resterà che il ricordo di me, che sparirò tra le nebbie della Lombardia.
Non va tutto bene. E ora come ora non lo andrà. Ma se questo l'ho ormai accettato per la maturità, faccio tuttora fatica ad accettarlo per altre cose. Per l'esattezza una. Non è Maya, quindi avrete capito di che si tratta, anche se capito forse è una parola forte, soprattutto se detta da me e su questo blog.
Ma va bene così.
Va tutto bene.
lunedì 18 giugno 2007
Si torna a Maya
Da quanto era che non scrivevo più qualcosa di personale. Già. Finalmente si torna a Maya, come dice il titolo. Cos'è Maya?
Come dico spesso, chi mi conosce lo sa, ma chi non mi conosce? Cosa fa?
Anche se non sapete proprio esattamente cos'è, non ha una rilevante importanza. Di fatto, esiste un Maya per ciascuno di noi. Ognuno ha il suo ad attenderlo da qualche parte, esattamente come ha fatto il mio con me. E' rimasto là, silenzioso, nella sua cartella sul mio disordinato (a parere di Bambom - http://bambom.blogspot.com/ -) desktop. Un'icona di 2kb rossa con un piccolo draghetto sopra disegnato. Qualcuno potrebbe tranquillamente confonderla con l'icona di un qualche gioco di ruolo o cose ancora più ridicole, ma io no. Non quell'icona.
So già cosa state pensando, e in effetti avete assolutamente ragione: fissato, per una volta speravamo parlassi un po' di donne; ma mi dispiace per voi. Non è il mio caso (del resto si è single per scelta, anche se non necessariamente nostra).
Quell'icona rappresenta due cose, fondamentalmente. Un mondo, innanzittutto. Già, perchè è questo che ti permette di fare Maya. Creare un mondo dove sei tu a decidere com'è il mondo.
Ma, soprattutto, Maya è una sfida. Ogni giorno qualcosa di nuovo. Funziona tutto, è un programma perfetto, ma ha un unico problema: è immenso. E proprio perchè tale, non ho idea di quando avrò finito di impararlo.
Ognuno ha il suo, ad attenderlo in qualche cartella su qualche desktop. Ognuno ha qualcosa che cerca di comprendere e tutte le volte scopre che c'è qualcosa di nuovo o si ricorda che ci sono cose che ancora non sa.
Ognuno ha un Maya al quale arriva addirittura ad affezzionarsi, talvolta ad innamorarsi, talvolta ad odiarlo, raramente (ma non per questo mai) tutto insieme.
Ci sono cose che rappresentano una sfida infinita, che si sa perfettamente non si può vincere. Eppure, senza un motivo, o forse con uno ben chiaro in testa, qualcuno ci prova comunque. Prova a vincerla.
Come dico spesso, chi mi conosce lo sa, ma chi non mi conosce? Cosa fa?
Anche se non sapete proprio esattamente cos'è, non ha una rilevante importanza. Di fatto, esiste un Maya per ciascuno di noi. Ognuno ha il suo ad attenderlo da qualche parte, esattamente come ha fatto il mio con me. E' rimasto là, silenzioso, nella sua cartella sul mio disordinato (a parere di Bambom - http://bambom.blogspot.com/ -) desktop. Un'icona di 2kb rossa con un piccolo draghetto sopra disegnato. Qualcuno potrebbe tranquillamente confonderla con l'icona di un qualche gioco di ruolo o cose ancora più ridicole, ma io no. Non quell'icona.
So già cosa state pensando, e in effetti avete assolutamente ragione: fissato, per una volta speravamo parlassi un po' di donne; ma mi dispiace per voi. Non è il mio caso (del resto si è single per scelta, anche se non necessariamente nostra).
Quell'icona rappresenta due cose, fondamentalmente. Un mondo, innanzittutto. Già, perchè è questo che ti permette di fare Maya. Creare un mondo dove sei tu a decidere com'è il mondo.
Ma, soprattutto, Maya è una sfida. Ogni giorno qualcosa di nuovo. Funziona tutto, è un programma perfetto, ma ha un unico problema: è immenso. E proprio perchè tale, non ho idea di quando avrò finito di impararlo.
Ognuno ha il suo, ad attenderlo in qualche cartella su qualche desktop. Ognuno ha qualcosa che cerca di comprendere e tutte le volte scopre che c'è qualcosa di nuovo o si ricorda che ci sono cose che ancora non sa.
Ognuno ha un Maya al quale arriva addirittura ad affezzionarsi, talvolta ad innamorarsi, talvolta ad odiarlo, raramente (ma non per questo mai) tutto insieme.
Ci sono cose che rappresentano una sfida infinita, che si sa perfettamente non si può vincere. Eppure, senza un motivo, o forse con uno ben chiaro in testa, qualcuno ci prova comunque. Prova a vincerla.
giovedì 14 giugno 2007
La libertà non è un dono, ma uno sforzo
"Perché Signor Anderson? Perché? Perché? Perché lo fa? Perché si rialza? Perché continua a battersi? Pensa veramente di lottare per qualcosa a parte la sua sopravvivenza? Sa dirmi di che si tratta, ammesso che ne abbia conoscienza? E' la libertà? E' la verità? O magari la pace... non mi dica che è l'amore! Illusioni, Signor Anderson, capricci della percezione, temporanei costrutti del debole intelletto umano che cerca disperatamente di giustificare un'esistenza priva del minimo significato e scopo! Ogni costrutto è artificiale quanto Matrix stessa! Anche se devo dire che solo la mente umana poteva inventare una scialba illusione come l'amore! Ormai dovrebbe aver capito Signor Anderson, a quest'ora le sarà chiaro, lei non vincerà, combattere è inutile. Perché Signor Anderson? Perché? Perché persiste?"
Eccezionale estratto di Matrix Revolutions, la parte finale. Lo scontro tra Neo e Smith. Due visioni del mondo che si scontrano, tra mosse spettacolari ed effetti di dinamiche e di fluidosimulazioni che mi producono un'invidia oltre l'immaginario umano.
Ma oltre a questo, rappresentano l'eterno scontro dei deboli che vincono sui forti. Già, non viceversa, ho proprio scritto giusto. Come diceva Nietzsche "sono i forti che devono difendersi dai deboli".
I deboli sono rappresentati da Smith. Coloro che si arrendono all'evidenza della vita. Hanno perfettamente compreso la lezione di Schopenhauer, ma a questa si sono limitati. Hanno capito che l'unico scopo nella vita è la fine. Sanno che l'uomo non viene creato, il che gli garantirebbe una fine connessa ad un'eventuale distruzione (che potrebbe verificarsi come no, garantendo quindi l'eterna esistenza), ma nasce, il che gli regala un biglietto di sola andata.
Cosa resta a costoro. Null'altro che godere, all'interno di quell'insieme di necessità alle quali la Natura li costringe.
Se un uomo vede una donna con un bel fisico ne risulta attratto ed invogliato ad accoppiarvisi per una istintiva pulsione. Se qualcuno trova del cibo nel momento della fame è istintivamente spinto a sfamarsi. Se qualcuno trova una via di fuga nel momento del pericolo è istintivamente spinto a seguirla, anche costasse il patteggiamento con la propria morale. E' tutto inquadrato all'interno di una sconsolante visione deterministica. Causa ed effetto. L'uomo non è altro che un fenomeno, perfettamente prevedibile e misurabile, assolutamente incapace di generare un imprevisto.
E poi c'è Neo. Solo contro l'intero universo. Solo a difendersi contro il mondo. Solo. Si difende fino alla fine, e muore ne tentativo di difendersi e annullare il proprio nemico. Nemico. Come se effettivamente nella realtà fosse così facile trovarne uno. Già! Chi ha detto che esistono i nemici, chi dice che noi siamo i Buoni e Loro i Cattivi? Chi dice che Dio è dalla nostra parte? Ma non è questo il post per parlare di questo.
Neo è solo perchè ha scelto. Lui ha ucciso il proprio Dio. Ha distrutto quel codice di valori che gli era stato detto suo e se ne è creato uno nuovo. Da solo.
Non è da pensare che non abbia imparato anche lui la lezione di Schopenhauer (come quella di Leopardi, ad esempio), anzi, l'ha compresa estrememante bene. Ed ha anche compreso un'altra cosa. Ha capito che imparata da sola non fa altro che rendere l'uomo schiavo. L'unica vera ribellione alla natura è il comportarsi in modo stupido.
Stupido è l'eroe. Colui che, pur sapendo di agire contro il proprio interesse, scegli di agire comunque. Neo sa che sarebbe molto più facile cedere a Smith e non ribellarsi ad esso. Perfettamente uguale a tutti, con i propri occhiali scuri agli occhi, a coprire anche quell'ultimo barlume di singolarità che viene dal colore dell'iride.
Eppure continua a prendere i suoi cazzotti, a provare dolore, a rialzarsi pur avendo gli abiti ormai completamente sporchi di fango.
Perchè, perchè persiste?
Persiste perchè è l'unico modo che possiede per potersi sentire libero. Per poter sperare che la propria vita non sia una semplice equazione, quanto mai un frattale, lo splendido disegno di un sistema dominato dal caos, dall'imprevedibilità.
Ma cosa viene da tale caratteristica? Quali sono i vantaggi, ammesso che ve ne siano, certo.
Non sono io a dovervelo dire, per due motivi.
Uno. Non mi è dato sapere questi motivi e tuttora sono in cerca di una vera risposta.
Due. Non è un valore universale. Ma, al pari di Neo, ognuno deve ritrovare il motivo per togliere i propri occhiali da sole. Ed ognuno avrà il suo. Perchè se tutti li togliessimo per lo stesso motivo, sarebbe stato lo stesso non toglierli affatto.
Eccezionale estratto di Matrix Revolutions, la parte finale. Lo scontro tra Neo e Smith. Due visioni del mondo che si scontrano, tra mosse spettacolari ed effetti di dinamiche e di fluidosimulazioni che mi producono un'invidia oltre l'immaginario umano.
Ma oltre a questo, rappresentano l'eterno scontro dei deboli che vincono sui forti. Già, non viceversa, ho proprio scritto giusto. Come diceva Nietzsche "sono i forti che devono difendersi dai deboli".
I deboli sono rappresentati da Smith. Coloro che si arrendono all'evidenza della vita. Hanno perfettamente compreso la lezione di Schopenhauer, ma a questa si sono limitati. Hanno capito che l'unico scopo nella vita è la fine. Sanno che l'uomo non viene creato, il che gli garantirebbe una fine connessa ad un'eventuale distruzione (che potrebbe verificarsi come no, garantendo quindi l'eterna esistenza), ma nasce, il che gli regala un biglietto di sola andata.
Cosa resta a costoro. Null'altro che godere, all'interno di quell'insieme di necessità alle quali la Natura li costringe.
Se un uomo vede una donna con un bel fisico ne risulta attratto ed invogliato ad accoppiarvisi per una istintiva pulsione. Se qualcuno trova del cibo nel momento della fame è istintivamente spinto a sfamarsi. Se qualcuno trova una via di fuga nel momento del pericolo è istintivamente spinto a seguirla, anche costasse il patteggiamento con la propria morale. E' tutto inquadrato all'interno di una sconsolante visione deterministica. Causa ed effetto. L'uomo non è altro che un fenomeno, perfettamente prevedibile e misurabile, assolutamente incapace di generare un imprevisto.
E poi c'è Neo. Solo contro l'intero universo. Solo a difendersi contro il mondo. Solo. Si difende fino alla fine, e muore ne tentativo di difendersi e annullare il proprio nemico. Nemico. Come se effettivamente nella realtà fosse così facile trovarne uno. Già! Chi ha detto che esistono i nemici, chi dice che noi siamo i Buoni e Loro i Cattivi? Chi dice che Dio è dalla nostra parte? Ma non è questo il post per parlare di questo.
Neo è solo perchè ha scelto. Lui ha ucciso il proprio Dio. Ha distrutto quel codice di valori che gli era stato detto suo e se ne è creato uno nuovo. Da solo.
Non è da pensare che non abbia imparato anche lui la lezione di Schopenhauer (come quella di Leopardi, ad esempio), anzi, l'ha compresa estrememante bene. Ed ha anche compreso un'altra cosa. Ha capito che imparata da sola non fa altro che rendere l'uomo schiavo. L'unica vera ribellione alla natura è il comportarsi in modo stupido.
Stupido è l'eroe. Colui che, pur sapendo di agire contro il proprio interesse, scegli di agire comunque. Neo sa che sarebbe molto più facile cedere a Smith e non ribellarsi ad esso. Perfettamente uguale a tutti, con i propri occhiali scuri agli occhi, a coprire anche quell'ultimo barlume di singolarità che viene dal colore dell'iride.
Eppure continua a prendere i suoi cazzotti, a provare dolore, a rialzarsi pur avendo gli abiti ormai completamente sporchi di fango.
Perchè, perchè persiste?
Persiste perchè è l'unico modo che possiede per potersi sentire libero. Per poter sperare che la propria vita non sia una semplice equazione, quanto mai un frattale, lo splendido disegno di un sistema dominato dal caos, dall'imprevedibilità.
Ma cosa viene da tale caratteristica? Quali sono i vantaggi, ammesso che ve ne siano, certo.
Non sono io a dovervelo dire, per due motivi.
Uno. Non mi è dato sapere questi motivi e tuttora sono in cerca di una vera risposta.
Due. Non è un valore universale. Ma, al pari di Neo, ognuno deve ritrovare il motivo per togliere i propri occhiali da sole. Ed ognuno avrà il suo. Perchè se tutti li togliessimo per lo stesso motivo, sarebbe stato lo stesso non toglierli affatto.
martedì 12 giugno 2007
E anche la quinta se ne va...
Eh già, anche io non riesco a sottrarmi alla necessità di scrivere qualcosa sulla fine della quinta. Direi che è assolutamente normale, in fondo: cinque anni di vita non possono passare così, sottovoce, in punta di piedi. Non possono essere relegati in un buio sgabuzzino, e meritano quindi anche loro una qualche considerazione, che non necessariamente deve essere positiva o negativa a priori, anche se la migliore considerazione credo di averla espressa con i gavettoni e le taniche di acqua rovesciate sulla schiena di Sid e in faccia a Bambom. Già. Quei momenti li ho in testa come i titoli di coda di Band of Brithers. Vari spezzoni a rallentatore, gente felice, ragazzi e ragazze che urlano congelati dall'acqua che entra sotto i vestiti, ma in fondo contenti. Contenti di sapere che si può scherzare con i propri amici, così come si viene bagnati sapere di poter bagnare senza dover temere un conflitto diplomatico.
Contenti, insomma.
Contenti come lo si era alla cena di lunedì. Che bello chiudere così. Cenare, alzarsi da tavola con la pancia piena, la cintura che un po' stringe, giorni di preparazione e ore di fatica ricompensate dai sorrisi e dalle risate della bella compagnia a tavola e dai sorrisi tra commensali.
Chiudere cinque anni così. Alzandosi per andare alle macchine con la paura che gli altri si accorgano che l'occhio destro si sta leggermente arrossando e quello sinistro sta già luccicando un po' troppo. Con la paura che qualcuno chieda se tutto è a posto.
Tutto bene. E' solo la vita. Arrivare a rendersi conto che la vita è meravigliosa per le sue contraddizioni. Arrivare in quarta che si odiava quell'ammasso di persone, che le si disprezzava. Arrivare in quinta che tutti erano cambiati, qualcuno lo si aveva ritrovato, qualcun altro era andato perduto. Quel gruppo. Ebbene, è stato con questo in mente che ho bevuto anche io il brindisi. Già, l'ombra del fondo di un bicchiere, ma ho bevuto il brindisi.
"Ipocrita, falso: dici una cosa e ne fai un'altra"
"Bere ti fa entrare in gruppo"
"Rinunci a te stesso, bravo!!"
Sì. L'ho fatto. Io ho scelto di bere, e questo non denigra la mia scelta, ma la deve salvare.
Io ho scelto di fare parte di quel gruppo. Solo alla fine, provare a farne parte.
Provarlo a tutti, a costo di scendere a patti con le mie morali.
E sapete che c'è? Poichè il banco di prova delle nostre scelte è il rifare le stesse scelte, vi giuro che berrei ancora, ancora e ancora, perchè sebbene in cinque anni abbia sentito troppe volte "potresti sorridere più spesso, giusto per farci capire di che umore sei", sappiate che ho sorriso per davvero, solo perchè ero felice, solo perchè erava voi a farmi sorridere.
Non posso prevedere quanto resterà di questo gruppo che era la mia classe o le mie amicizie, ma ciò che so è che questo liceo è stato per fondamentale.
E per questo, a chi più a chi meno, dico grazie.
Contenti, insomma.
Contenti come lo si era alla cena di lunedì. Che bello chiudere così. Cenare, alzarsi da tavola con la pancia piena, la cintura che un po' stringe, giorni di preparazione e ore di fatica ricompensate dai sorrisi e dalle risate della bella compagnia a tavola e dai sorrisi tra commensali.
Chiudere cinque anni così. Alzandosi per andare alle macchine con la paura che gli altri si accorgano che l'occhio destro si sta leggermente arrossando e quello sinistro sta già luccicando un po' troppo. Con la paura che qualcuno chieda se tutto è a posto.
Tutto bene. E' solo la vita. Arrivare a rendersi conto che la vita è meravigliosa per le sue contraddizioni. Arrivare in quarta che si odiava quell'ammasso di persone, che le si disprezzava. Arrivare in quinta che tutti erano cambiati, qualcuno lo si aveva ritrovato, qualcun altro era andato perduto. Quel gruppo. Ebbene, è stato con questo in mente che ho bevuto anche io il brindisi. Già, l'ombra del fondo di un bicchiere, ma ho bevuto il brindisi.
"Ipocrita, falso: dici una cosa e ne fai un'altra"
"Bere ti fa entrare in gruppo"
"Rinunci a te stesso, bravo!!"
Sì. L'ho fatto. Io ho scelto di bere, e questo non denigra la mia scelta, ma la deve salvare.
Io ho scelto di fare parte di quel gruppo. Solo alla fine, provare a farne parte.
Provarlo a tutti, a costo di scendere a patti con le mie morali.
E sapete che c'è? Poichè il banco di prova delle nostre scelte è il rifare le stesse scelte, vi giuro che berrei ancora, ancora e ancora, perchè sebbene in cinque anni abbia sentito troppe volte "potresti sorridere più spesso, giusto per farci capire di che umore sei", sappiate che ho sorriso per davvero, solo perchè ero felice, solo perchè erava voi a farmi sorridere.
Non posso prevedere quanto resterà di questo gruppo che era la mia classe o le mie amicizie, ma ciò che so è che questo liceo è stato per fondamentale.
E per questo, a chi più a chi meno, dico grazie.
martedì 5 giugno 2007
L'oscuro signore e Clizia
C'era un tempo, in un mondo ormai molto lontano, anni e anni fa, una bellissima ragazza. Il suo nome era Clizia, poichè le genti colte che l'avevano cresciuta conoscevano la mitologia degli antichi Greci ed avevano scelto tale nome in memoria della donna amata da Apollo, il quale aveva poi trasformato in girasole, scegliendo poi questo come suo fiore. La felicità era la sua vita e le lacrime non avevano mai dovuto sfiorare il suo volto.
Ma il popolo di quelle genti fu sconvolto da una terribile guerra, che portava tenebre e ignoranzia, disperazione e delinquenza. Tutti i nobili valori che avevano difeso cadevano assieme ai cavalieri che combattevano in guerra.
Uno degli ultimi cavalieri, osservando Clizia ridere serena con i suoi amici, decise di chiedere al Gran Consiglio di poter fuggire e portare con sè la ragazza al fine di proteggere lei e quanto di bello ed innocente ancora esistesse nel loro minacciato mondo.
Il Consiglio si riunì, passò interi giorni a discutere sulla possibilità di salvare Clizia e alla fine decise: il cavaliere avrebbe dovuto preoccuparsi di difendere il suo mondo piuttosto che provare a salvarlo: fu quindi accusato di tradimento e cacciato al pari di un vigliacco da quel mondo felice.
Il cavaliere si ritirà tra i monti, fuggendo a quella terra che l'aveva ripudiato.
La guerra distrusse quanto di bello e felice era rimasto nella terra di Clizia. Quando tale voce raggiunse anche lo sperduto giaciglio del cavaliere, questo decise di tornare tra gli uomini e cercare la ragazza che aveva suggerito di difendere.
Camminando tra gli uomini non venne riconosciuto; veniva anzi scambiato per un personaggio sospetto e pericoloso, un oscuro signore venuto da chissà quale terra barbara per chissà quale losco motivo.
Trovò, dopo lungo errare, la ragazza ormai donna che andava cercando: la trovò adulta, segntat dal tempo, dalla violenza e dal dolore. La fermò e le chiese se lei era proprio Clizia. Lei annuì.
"E dimmi Clizia, in tutto questo tempo cosa è successo?"
"La guerra ha distrutto il mio mondo. Mi ha strappato i miei affetti, i miei cari"
"Hai pianto?"
"Non ho ormai più lacrime tante ne ho versate al suolo"
Udita tale frase, l'oscuro signore cadde in ginocchio e là rimase, ai suoi piedi. Il volto tra le mani. Lanciò un lungo urlo. Si rialzò e scappò.
Tornato sulla sua montagna, nella solitudine, raggiunse la vetta più alta.
"Perchè? Perchè è dovuto succedere? Perchè non ho potuto evitarlo?
Ma come è possibile che il Gran Consiglio non avesse previsto un'eventualità così probabile".
Contemplò la notte che bussava alle porte dell'orizzonte mentre il crepuscolo accompagnava il giorno verso altre genti... e capì.
Tornò quella notte stessa dalla donna. La trovò a contemplare le stelle.
"Hai più riso?" le chiese
"Solo dopo la guerra ho davvero potuto ridere".
Avete mai scritto una bella storia solo perchè è tale?
Ma il popolo di quelle genti fu sconvolto da una terribile guerra, che portava tenebre e ignoranzia, disperazione e delinquenza. Tutti i nobili valori che avevano difeso cadevano assieme ai cavalieri che combattevano in guerra.
Uno degli ultimi cavalieri, osservando Clizia ridere serena con i suoi amici, decise di chiedere al Gran Consiglio di poter fuggire e portare con sè la ragazza al fine di proteggere lei e quanto di bello ed innocente ancora esistesse nel loro minacciato mondo.
Il Consiglio si riunì, passò interi giorni a discutere sulla possibilità di salvare Clizia e alla fine decise: il cavaliere avrebbe dovuto preoccuparsi di difendere il suo mondo piuttosto che provare a salvarlo: fu quindi accusato di tradimento e cacciato al pari di un vigliacco da quel mondo felice.
Il cavaliere si ritirà tra i monti, fuggendo a quella terra che l'aveva ripudiato.
La guerra distrusse quanto di bello e felice era rimasto nella terra di Clizia. Quando tale voce raggiunse anche lo sperduto giaciglio del cavaliere, questo decise di tornare tra gli uomini e cercare la ragazza che aveva suggerito di difendere.
Camminando tra gli uomini non venne riconosciuto; veniva anzi scambiato per un personaggio sospetto e pericoloso, un oscuro signore venuto da chissà quale terra barbara per chissà quale losco motivo.
Trovò, dopo lungo errare, la ragazza ormai donna che andava cercando: la trovò adulta, segntat dal tempo, dalla violenza e dal dolore. La fermò e le chiese se lei era proprio Clizia. Lei annuì.
"E dimmi Clizia, in tutto questo tempo cosa è successo?"
"La guerra ha distrutto il mio mondo. Mi ha strappato i miei affetti, i miei cari"
"Hai pianto?"
"Non ho ormai più lacrime tante ne ho versate al suolo"
Udita tale frase, l'oscuro signore cadde in ginocchio e là rimase, ai suoi piedi. Il volto tra le mani. Lanciò un lungo urlo. Si rialzò e scappò.
Tornato sulla sua montagna, nella solitudine, raggiunse la vetta più alta.
"Perchè? Perchè è dovuto succedere? Perchè non ho potuto evitarlo?
Ma come è possibile che il Gran Consiglio non avesse previsto un'eventualità così probabile".
Contemplò la notte che bussava alle porte dell'orizzonte mentre il crepuscolo accompagnava il giorno verso altre genti... e capì.
Tornò quella notte stessa dalla donna. La trovò a contemplare le stelle.
"Hai più riso?" le chiese
"Solo dopo la guerra ho davvero potuto ridere".
-
Avete mai scritto una bella storia solo perchè è tale?
lunedì 4 giugno 2007
Il coraggio dell'eroe
Chi è l'eroe? Secondo una definizione di Leopardi (che forse era uno che aveva capito qualche cosa), l'eroe è colui che sceglie di compiere un'azione dalla quale non ricaverebbe assolutamente nulla, sul piano meramente utilitaristico. Ricava unicamente una cosa (e questo lo aggiungo io): la possibilità di guardarsi allo specchio e, contemplando le proprie cicatrici, rendersi conto che rifarebbe esattamente lo stesso, se avesse la possibilità di tornare indietro nel tempo.
Chi sono stati gli eroi? Gli eroi erano gli Spartani delle Termopili, che in 300 coprirono la ritirata agli Ateniesi contro 1 milione di Persiani.
Eroi erano Niso ed Eurialo, insieme fino alla morte.
Eroe era Dionisio, quando non esitava a lanciarsi contro Enea protetto da Venere.
Eroi... personaggi affascinanti, se presi all'interno dell'intero racconto che i grandi poeti e letterati sono stati abili a creare al pari di uno scudo per proteggere i loro nomi dal Tempo.
Ma esistono ancora gli eroi? Sì. Ognuno di noi può essere un eroe.
Qualcuno lo diventa non appena sceglie di fare qualcosa perchè lo ritiene giusto, sacrificando il proprio tornaconto.
Ogni persona può essere un eroe nell'esatto momento in cui si confessa ad una persona della quale è innamorata, sapendo perfettamente di non essere ricambiata.
Prima ho miseramente mentito. Generalmente i veri eroi non hanno la possibilità di osservare le proprie cicatrici allo specchio, poichè in generale il vero eroe è quello che muore per la scelta che ha fatto. Così anche chi si confessa: non pensi a quanto meglio di sentirà dopo, poichè se ci si concentra solo sul post, non si sceglierà mai di essere eroi.
Chi sceglie di intraprendere questa ardua via, si concentri piuttosto su tutte le fortissime emozioni che sentirà mentre si avvicinerà al proprio drago, bardato in una splendida armatura forgiata dal desiderio di Sincerità e dalla Disperazione; si concentri sul momento della corsa, e non sulla meta. Si concentri sul suo presente e, soprattutto, si concentri sul proprio Coraggio, poichè sarà quello che, anche se solo per un attimo, vi avrà reso unici e maestosi.
Essere eroi non è essere stupidi. Non per gli eroi stessi.
(Monumento ad un eroe mio amico)
Chi sono stati gli eroi? Gli eroi erano gli Spartani delle Termopili, che in 300 coprirono la ritirata agli Ateniesi contro 1 milione di Persiani.
Eroi erano Niso ed Eurialo, insieme fino alla morte.
Eroe era Dionisio, quando non esitava a lanciarsi contro Enea protetto da Venere.
Eroi... personaggi affascinanti, se presi all'interno dell'intero racconto che i grandi poeti e letterati sono stati abili a creare al pari di uno scudo per proteggere i loro nomi dal Tempo.
Ma esistono ancora gli eroi? Sì. Ognuno di noi può essere un eroe.
Qualcuno lo diventa non appena sceglie di fare qualcosa perchè lo ritiene giusto, sacrificando il proprio tornaconto.
Ogni persona può essere un eroe nell'esatto momento in cui si confessa ad una persona della quale è innamorata, sapendo perfettamente di non essere ricambiata.
Prima ho miseramente mentito. Generalmente i veri eroi non hanno la possibilità di osservare le proprie cicatrici allo specchio, poichè in generale il vero eroe è quello che muore per la scelta che ha fatto. Così anche chi si confessa: non pensi a quanto meglio di sentirà dopo, poichè se ci si concentra solo sul post, non si sceglierà mai di essere eroi.
Chi sceglie di intraprendere questa ardua via, si concentri piuttosto su tutte le fortissime emozioni che sentirà mentre si avvicinerà al proprio drago, bardato in una splendida armatura forgiata dal desiderio di Sincerità e dalla Disperazione; si concentri sul momento della corsa, e non sulla meta. Si concentri sul suo presente e, soprattutto, si concentri sul proprio Coraggio, poichè sarà quello che, anche se solo per un attimo, vi avrà reso unici e maestosi.
Essere eroi non è essere stupidi. Non per gli eroi stessi.
(Monumento ad un eroe mio amico)
Il ballo è un'arte
Sembrava una serata troppo lontana dalla maturità e al contempo troppo prossima a questa: una di quelle serate che passi a chiederti come fare per arrivare fino a quella maledetta data e pensare poi a tutte le cose che farai subito dopo, invece...
Casualmente leggo le mail e tra i commenti un Anonimo lascia scritto: "Il ballo è un'arte? Anche disegnare lo è, ma questo non vieta alla gente che non lo sa fare tanto bene di farlo, pur senza risultati particolarmente eccelsi".
La frase mi ha lasciato a riflettere a lungo (oltre al fatto che credo, ma sottolineo credo, di essere riuscito a capire chi è l'anonimo).
Devo ammettere di aver scritto una cosa in maniera incompleta. Ho sì scritto che il ballo è un'arte e ho anche scritto che il ballo che viene fatto in discoteca o alle feste è un'offesa a tale arte.
Tuttavia non ho mai fatto un parallelo con il disegno, per intendere la possibilità di PROVARE a ballare comunque, anche se senza risultati eccelsi.
Il problema è questo. Quando le cose si fanno, o le si fa per bene, o non le si fa.
Ballare come si balla in discoteca non è altro che un banale esercizio ginnico, praticato oltre al resto in uno spazio particolarmente affollato in condizioni decisamente inadeguate.
E questo atteggiamento è lo stesso usato da milioni di persone, che non hanno la minima voglia di provare ad approfondire quello che potrebbe essere uno splendido interesse per motivi che a me molte volte sono assolutamente ignoti o che, in alcuni casi, ho già elencato.
Nessuno ha la voglia di provare a fare le cose davvero per bene, provando a considerare l'idea di spendere un po' del proprio tempo, un po' delle proprie energie, provando per una volta a realizzare qualcosa di semplicemente bello, in quanto hanno provato ad appronfondire un argomento giusto un attimo oltre quello che è il semplice provare.
Non si può più provare a fare le cose per bene: si rischierebbe di scoprirsi speciali! Oh, mio Dio, che paura!
Ora voglio fare una piccola aggiunta: sia ben chiaro che tutto quello che è stato scritto qui, in questo post come in questo blog, non è stato fatto con l'intenzione di costruire un monumento a me stesso (anche perchè molto sinceramente non lo merito), ma al fine di provare a mettere qualche riflessione. Forse un occhio un po' estraneo al mondo come generalmente si sta costituendo nella sua massificazione potrebbe aiutare a riflettere.
Quando ho detto che il ballo è un'arte e come tale va trattato, intendevo dire che la cosa più BELLA da fare nei confronti del ballo è provare a farlo come è stato pensato per essere fatto, e non in un modo rozzo, scoordinato e praticamente improvvisato.
Casualmente leggo le mail e tra i commenti un Anonimo lascia scritto: "Il ballo è un'arte? Anche disegnare lo è, ma questo non vieta alla gente che non lo sa fare tanto bene di farlo, pur senza risultati particolarmente eccelsi".
La frase mi ha lasciato a riflettere a lungo (oltre al fatto che credo, ma sottolineo credo, di essere riuscito a capire chi è l'anonimo).
Devo ammettere di aver scritto una cosa in maniera incompleta. Ho sì scritto che il ballo è un'arte e ho anche scritto che il ballo che viene fatto in discoteca o alle feste è un'offesa a tale arte.
Tuttavia non ho mai fatto un parallelo con il disegno, per intendere la possibilità di PROVARE a ballare comunque, anche se senza risultati eccelsi.
Il problema è questo. Quando le cose si fanno, o le si fa per bene, o non le si fa.
Ballare come si balla in discoteca non è altro che un banale esercizio ginnico, praticato oltre al resto in uno spazio particolarmente affollato in condizioni decisamente inadeguate.
E questo atteggiamento è lo stesso usato da milioni di persone, che non hanno la minima voglia di provare ad approfondire quello che potrebbe essere uno splendido interesse per motivi che a me molte volte sono assolutamente ignoti o che, in alcuni casi, ho già elencato.
Nessuno ha la voglia di provare a fare le cose davvero per bene, provando a considerare l'idea di spendere un po' del proprio tempo, un po' delle proprie energie, provando per una volta a realizzare qualcosa di semplicemente bello, in quanto hanno provato ad appronfondire un argomento giusto un attimo oltre quello che è il semplice provare.
Non si può più provare a fare le cose per bene: si rischierebbe di scoprirsi speciali! Oh, mio Dio, che paura!
Ora voglio fare una piccola aggiunta: sia ben chiaro che tutto quello che è stato scritto qui, in questo post come in questo blog, non è stato fatto con l'intenzione di costruire un monumento a me stesso (anche perchè molto sinceramente non lo merito), ma al fine di provare a mettere qualche riflessione. Forse un occhio un po' estraneo al mondo come generalmente si sta costituendo nella sua massificazione potrebbe aiutare a riflettere.
Quando ho detto che il ballo è un'arte e come tale va trattato, intendevo dire che la cosa più BELLA da fare nei confronti del ballo è provare a farlo come è stato pensato per essere fatto, e non in un modo rozzo, scoordinato e praticamente improvvisato.
domenica 3 giugno 2007
La delusione per Beatrice
Chi si ricorda chi era la donna tanto amata e cantata dal sommo Dante? La stessa che aveva il salvifico saluto che, per una questione di "fedeltà tradita" arrivò a togliere al poeta, il quale sbarellò completamente? Esatto! Beatrice!
Poiché la mia vicenda risulta sotto certi aspetti richiamare la breve (e spero efficace) descrizione fatta prima, prenderò in prestito alla dama il suo bel nome e lo utilizzerò per riferirmi ad una persona che ha avuto e tuttora ha un certo peso nella mia vita.
Ha un peso per il semplice motivo che mi ricorda costantemente quanto è brutto quando si viene svegliati, ma prima ancora, quando si viene traditi miseramente.
Eh già. Dopo quasi due settimane che finalmente cominciavo a considerarmi suo amico, senza la pubblica intenzione di andare oltre, ma nella mente un misero e innocuo sogno di andare oltre la semplice amicizia, vissi un'eterna giornata di assoluta assenza di contatto, durante la quale ero chiaramente ignorato e durante la quale crebbe in me la paura di essere stato offensivo nei suoi confronti, temendo di averla offesa o aver ferito qualcuno dei suoi amici.
Alla sera presi tutto il coraggio che avevo e le chiesi di regalarmi qualche minuto della sua serata: mi concesse tale grazia.
"Visto che oggi non mi hai rivolto la parola, mi chiedevo se era per qualche offesa che io avevo recato a te o a qualche tuo amico??"
"No, è che mi sembra tu stia cercando più di un'amicizia, ed è una cosa che non voglio fare".
Vi è mai sembrato che il tempo si fermi? In realtà è qualcosa che non può succedere. Più precisamente è un'illusione che nasce dal fatto che il vostro cervello sforna milioni di pensieri al millisecondo. Quel maledetto stronzo che è il Tempo non ci degna di regalarci qualche istante. Ce li presta giusto il tempo di viverli con poco interesse, e subito se li riprende. Solo dopo ci si rende conto che quell'attimo poteva essere l'istante decisivo per tutta una vita.
In quel desolato corridoio, alle due di notte, io non feci altro che rispondere
"Ah, va bene" e raggiungere l'ascensore che avevo precedentemente chiamato, entrarvi, aspettare che le porte si chiudessero, e sentire che non mi sentivo triste.
No, a differenza di quanto succede per una persona che viene rifiutata, quella volta mi sentivo furioso, rabbioso, aggressivo: ero stato tradito da una persona alla quale avevo donato la mia fiducia.
E in quell'ascensore, mi ritornarono alla mente milioni di cose, tra le quali, la prima volta.
Non il primo rifiuto.
Non il primo amore.
Ma il mio primo incontro. Con lui. Con il Baratro. E mi resi conto, che stavo per caderci dentro. Di nuovo.
Ma quella volta una maschera mi salvò.
Mi sono aggrappato all'orgoglio di quella maschera per quasi nove mesi.
Alla fine riuscimmo a parlarci di nuovo, grazie ad un nostro comune amico.
"Scusa, ricominciamo, ..."
Passarono due giorni. La ritrovai una mattina. La salutai, dopo nove mesi che l'avevo ignorata, facendomi invisibile a lei o rendendo lei tale.
Ma nulla era cambiato.
Sentivo ancora il dolore del tradimento, e vederla sorridere non mi faceva pensare ad altro che ai sorrisi che mi aveva negato quella dannata giornata. Non riuscivo a pensare che quella notte nell'ascensore potesse davvero essere lasciata alle spalle. No.
E infatti è proprio così.
Una cicatrice non può essere cancellata. Non siamo, purtroppo, come dei computer con dei capienti dischi rigidi. Nella nostra mente non si può sperare di inserire e cancellare un file semplicemente bittandolo nel cestino. Tutto ciò che viene scritto resta, indelebile. Il tempo può sbiadire il segno, ma se la forza con la quale questo è stato scritto era sufficiente, il Tempo non vincerà mai.
L'unica soddisfazione è pensare che la forza dell'incisione deriva dall'intensità delle emozioni provate, che non è determinata unicamente dalla tragicità di queste.
Poiché la mia vicenda risulta sotto certi aspetti richiamare la breve (e spero efficace) descrizione fatta prima, prenderò in prestito alla dama il suo bel nome e lo utilizzerò per riferirmi ad una persona che ha avuto e tuttora ha un certo peso nella mia vita.
Ha un peso per il semplice motivo che mi ricorda costantemente quanto è brutto quando si viene svegliati, ma prima ancora, quando si viene traditi miseramente.
Eh già. Dopo quasi due settimane che finalmente cominciavo a considerarmi suo amico, senza la pubblica intenzione di andare oltre, ma nella mente un misero e innocuo sogno di andare oltre la semplice amicizia, vissi un'eterna giornata di assoluta assenza di contatto, durante la quale ero chiaramente ignorato e durante la quale crebbe in me la paura di essere stato offensivo nei suoi confronti, temendo di averla offesa o aver ferito qualcuno dei suoi amici.
Alla sera presi tutto il coraggio che avevo e le chiesi di regalarmi qualche minuto della sua serata: mi concesse tale grazia.
"Visto che oggi non mi hai rivolto la parola, mi chiedevo se era per qualche offesa che io avevo recato a te o a qualche tuo amico??"
"No, è che mi sembra tu stia cercando più di un'amicizia, ed è una cosa che non voglio fare".
Vi è mai sembrato che il tempo si fermi? In realtà è qualcosa che non può succedere. Più precisamente è un'illusione che nasce dal fatto che il vostro cervello sforna milioni di pensieri al millisecondo. Quel maledetto stronzo che è il Tempo non ci degna di regalarci qualche istante. Ce li presta giusto il tempo di viverli con poco interesse, e subito se li riprende. Solo dopo ci si rende conto che quell'attimo poteva essere l'istante decisivo per tutta una vita.
In quel desolato corridoio, alle due di notte, io non feci altro che rispondere
"Ah, va bene" e raggiungere l'ascensore che avevo precedentemente chiamato, entrarvi, aspettare che le porte si chiudessero, e sentire che non mi sentivo triste.
No, a differenza di quanto succede per una persona che viene rifiutata, quella volta mi sentivo furioso, rabbioso, aggressivo: ero stato tradito da una persona alla quale avevo donato la mia fiducia.
E in quell'ascensore, mi ritornarono alla mente milioni di cose, tra le quali, la prima volta.
Non il primo rifiuto.
Non il primo amore.
Ma il mio primo incontro. Con lui. Con il Baratro. E mi resi conto, che stavo per caderci dentro. Di nuovo.
Ma quella volta una maschera mi salvò.
Mi sono aggrappato all'orgoglio di quella maschera per quasi nove mesi.
Alla fine riuscimmo a parlarci di nuovo, grazie ad un nostro comune amico.
"Scusa, ricominciamo, ..."
Passarono due giorni. La ritrovai una mattina. La salutai, dopo nove mesi che l'avevo ignorata, facendomi invisibile a lei o rendendo lei tale.
Ma nulla era cambiato.
Sentivo ancora il dolore del tradimento, e vederla sorridere non mi faceva pensare ad altro che ai sorrisi che mi aveva negato quella dannata giornata. Non riuscivo a pensare che quella notte nell'ascensore potesse davvero essere lasciata alle spalle. No.
E infatti è proprio così.
Una cicatrice non può essere cancellata. Non siamo, purtroppo, come dei computer con dei capienti dischi rigidi. Nella nostra mente non si può sperare di inserire e cancellare un file semplicemente bittandolo nel cestino. Tutto ciò che viene scritto resta, indelebile. Il tempo può sbiadire il segno, ma se la forza con la quale questo è stato scritto era sufficiente, il Tempo non vincerà mai.
L'unica soddisfazione è pensare che la forza dell'incisione deriva dall'intensità delle emozioni provate, che non è determinata unicamente dalla tragicità di queste.
venerdì 1 giugno 2007
Perchè alle feste bevete?
Domanda che in generale nessuno si pone, per un semplice motivo: l'abbiamo sempre fatto, e non solo ragazzi della nostra età, ma noi inteso più generalmente, come Noi Uomini, essere umani. Resta comunque il fatto che alcuni di noi non reggono l'alcol (come diamine lo si debba scrivere), chi per motivi biofisici, chi per altri.
Io appartengo ad entrambe le categorie: non lo regge il mio fegato e non reggo l'idea di bere.
Per quale motivo questa scelta, oltre all'evidente motivazione riguardante le cause biologiche (che forse hanno anche una base volontaristica...)? La risposta ha subito una piccola evoluzione nel tempo. In effetti, originariamente, consideravo il bere semplicemente come una debolezza, un'incapacità delle persone di riuscire a partecipare ad una riunione con fini festosi come essi stessi sono e mascheravano questa loro debolezza ubriacandosi, per fare in modo che l'alcol potesse mostrare al mondo i loro caratteri più intimi, più divertenti, riducendo il potere frenante dei filtri che ogni giorno la società impone per garantire una civile convivenza. Tale visione portava con sé, sotto certi aspetti, una specie di giustificazione, un po' come dire "non lo faccio perché non mi va, ma non per questo non potete farlo voi".
Ormai l'idea di fondo ha subito una chiara modifica: non si tratta più di mascherare un'incapacità, di ridurre i freni dei filtri, no. Si tratta di alterare volontariamente la propria personalità trasformandola ancora una volta in qualcosa di "standard", qualcosa di assolutamente prevedibile, qualcosa di assolutamente indistinguibile dalla massa, in modo da poter partecipare alla festa sapendo che non si dovrà avere paura di essere considerati differenti (e di nuovo ritorna l'argomento delle maschere, per i miei più appassionati lettori). Bevendo ci si limiti all'interno di una serie di comportamenti idioti, ma proprio per questo assolutamente prevedibili, noti e che non intimoriscono gli altri partecipanti, consci anche loro che potrebbero essi stessi darsi a comportamenti del genere.
E' per questo che quando si vedono ubriachi o fumati, alle feste, non ci si insospettisce troppo e si accetta la situazione con la forza della rassegnazione. "Si sapeva che sarebbe finita così", la più classica delle frasi che ho sentito alle feste.
Bene. Qui, come al solito, io dovevo fare qualcosa di diverso, altrimenti non ero più io, no?
Dall'alto delle mie tre maschere, indosso la più adeguata ad affrontare queste situazioni e partecipo alle feste in modo vario, mai uguale. Talvolta mi ritiro in solitudine a elucubrare macchinazioni psicologiche pazzesche, altre volte mi dò al divertimento senza curarmi della possibilità di essere giudicato, ma il tutto rigorosamente da sobrio. Ed ogni volta che mi guardano e commentano ad alta voce dicendo: "E' sicuramente ubriaco", sorrido pensando al fatto che coloro che stanno commentando sono invidiosi.
Invidiosi del fatto che sanno perfettamente che io non bevo e in quell'esatto momento non ho nemmeno una goccia di alcol nelle vene, eppure mi vedono fare cose che loro non avrebbero mai e poi mai il coraggio di compiere in condizioni biologiche normali.
E da qui costruisco il mio piccolo piedistallo, di colui che non vuole rinunciare alla possibilità di scegliere che fare, che accetta di dedicarsi all'eccesso, ricordandosi di averlo fatto, o che accetta l'idea che in quell'esatto momento non ha intenzione di condividere la "gioia" del momento, e si ritira.
A ciò si aggiunga che da quando mi sono dato alla fotografia, ho scoperto un ottimo sistema per osservare queste realtà e tenermene a distanze infinite. Basta osservare le feste dal mirino delle fotocamere: nessuno noterà il tuo volto malinconico.
Eh già, ragazzi miei. Io alle feste non mi diverto, perché sono solamente uno spreco di tempo, in quanto si passano ore a non fare assolutamente nulla. Fotografare è uno dei modi che io ho trovato per salvarmi, ma ne esistono molti altri, come ad esempio organizzare l'evento stesso o, più semplicemente, dedicarsi alla gestione della musica come a qualsiasi altra cosa che eviti il nullafare.
Mi direte: "Ma alle feste è bello perché si incontrano tante persone e perché si balla!", e io vi risponderò: "Belli come incontri! Generalmente la musica è così forte che non solo faccio fatica a sentire la voce di chi mi sta parlando, ma a stento sento la mia, quindi, che grandi conversazioni. Se poi a ciò aggiungiamo l'alcol, beh...
Infine, il discorso del "si balla": quello che fate alle feste NON E' BALLARE! E' muovere il corpo illudendosi di seguire un ritmo, agitando il bacino a facendo ondeggiare a caso le braccia. Il ballo è un'arte e come tale va trattato. Il ballo consiste in una preparazione e in un'esecuzione ed è proprio in questi due momenti che si ritrova tutto il fascino che lo caratterizza e tutta la soddisfazione che da questo può derivare.
Vi preoccupa il mio atteggiamento? Vi sono sembrato vecchio anni-luce, quel classico nonno che inizia tutte le sue frasi con "Ai miei tempi..."?
Ho un'importante cosa da ricordarvi! Questa è un'analisi oggettiva (nel senso che non dovete fidarvi del mio parare - altrimenti avrei scritto obiettiva - ma che potete constatare voi stessi) di ciò che è la festa generalmente intesa. Quindi, quello che deve preoccuparvi non è il mio atteggiamento, ma la vostra concezione di divertimento.
Io appartengo ad entrambe le categorie: non lo regge il mio fegato e non reggo l'idea di bere.
Per quale motivo questa scelta, oltre all'evidente motivazione riguardante le cause biologiche (che forse hanno anche una base volontaristica...)? La risposta ha subito una piccola evoluzione nel tempo. In effetti, originariamente, consideravo il bere semplicemente come una debolezza, un'incapacità delle persone di riuscire a partecipare ad una riunione con fini festosi come essi stessi sono e mascheravano questa loro debolezza ubriacandosi, per fare in modo che l'alcol potesse mostrare al mondo i loro caratteri più intimi, più divertenti, riducendo il potere frenante dei filtri che ogni giorno la società impone per garantire una civile convivenza. Tale visione portava con sé, sotto certi aspetti, una specie di giustificazione, un po' come dire "non lo faccio perché non mi va, ma non per questo non potete farlo voi".
Ormai l'idea di fondo ha subito una chiara modifica: non si tratta più di mascherare un'incapacità, di ridurre i freni dei filtri, no. Si tratta di alterare volontariamente la propria personalità trasformandola ancora una volta in qualcosa di "standard", qualcosa di assolutamente prevedibile, qualcosa di assolutamente indistinguibile dalla massa, in modo da poter partecipare alla festa sapendo che non si dovrà avere paura di essere considerati differenti (e di nuovo ritorna l'argomento delle maschere, per i miei più appassionati lettori). Bevendo ci si limiti all'interno di una serie di comportamenti idioti, ma proprio per questo assolutamente prevedibili, noti e che non intimoriscono gli altri partecipanti, consci anche loro che potrebbero essi stessi darsi a comportamenti del genere.
E' per questo che quando si vedono ubriachi o fumati, alle feste, non ci si insospettisce troppo e si accetta la situazione con la forza della rassegnazione. "Si sapeva che sarebbe finita così", la più classica delle frasi che ho sentito alle feste.
Bene. Qui, come al solito, io dovevo fare qualcosa di diverso, altrimenti non ero più io, no?
Dall'alto delle mie tre maschere, indosso la più adeguata ad affrontare queste situazioni e partecipo alle feste in modo vario, mai uguale. Talvolta mi ritiro in solitudine a elucubrare macchinazioni psicologiche pazzesche, altre volte mi dò al divertimento senza curarmi della possibilità di essere giudicato, ma il tutto rigorosamente da sobrio. Ed ogni volta che mi guardano e commentano ad alta voce dicendo: "E' sicuramente ubriaco", sorrido pensando al fatto che coloro che stanno commentando sono invidiosi.
Invidiosi del fatto che sanno perfettamente che io non bevo e in quell'esatto momento non ho nemmeno una goccia di alcol nelle vene, eppure mi vedono fare cose che loro non avrebbero mai e poi mai il coraggio di compiere in condizioni biologiche normali.
E da qui costruisco il mio piccolo piedistallo, di colui che non vuole rinunciare alla possibilità di scegliere che fare, che accetta di dedicarsi all'eccesso, ricordandosi di averlo fatto, o che accetta l'idea che in quell'esatto momento non ha intenzione di condividere la "gioia" del momento, e si ritira.
A ciò si aggiunga che da quando mi sono dato alla fotografia, ho scoperto un ottimo sistema per osservare queste realtà e tenermene a distanze infinite. Basta osservare le feste dal mirino delle fotocamere: nessuno noterà il tuo volto malinconico.
Eh già, ragazzi miei. Io alle feste non mi diverto, perché sono solamente uno spreco di tempo, in quanto si passano ore a non fare assolutamente nulla. Fotografare è uno dei modi che io ho trovato per salvarmi, ma ne esistono molti altri, come ad esempio organizzare l'evento stesso o, più semplicemente, dedicarsi alla gestione della musica come a qualsiasi altra cosa che eviti il nullafare.
Mi direte: "Ma alle feste è bello perché si incontrano tante persone e perché si balla!", e io vi risponderò: "Belli come incontri! Generalmente la musica è così forte che non solo faccio fatica a sentire la voce di chi mi sta parlando, ma a stento sento la mia, quindi, che grandi conversazioni. Se poi a ciò aggiungiamo l'alcol, beh...
Infine, il discorso del "si balla": quello che fate alle feste NON E' BALLARE! E' muovere il corpo illudendosi di seguire un ritmo, agitando il bacino a facendo ondeggiare a caso le braccia. Il ballo è un'arte e come tale va trattato. Il ballo consiste in una preparazione e in un'esecuzione ed è proprio in questi due momenti che si ritrova tutto il fascino che lo caratterizza e tutta la soddisfazione che da questo può derivare.
Vi preoccupa il mio atteggiamento? Vi sono sembrato vecchio anni-luce, quel classico nonno che inizia tutte le sue frasi con "Ai miei tempi..."?
Ho un'importante cosa da ricordarvi! Questa è un'analisi oggettiva (nel senso che non dovete fidarvi del mio parare - altrimenti avrei scritto obiettiva - ma che potete constatare voi stessi) di ciò che è la festa generalmente intesa. Quindi, quello che deve preoccuparvi non è il mio atteggiamento, ma la vostra concezione di divertimento.
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